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Non lo vedi che non mangia?

Cosa?

Il cane, non mangia, ha qualcosa che non va.

Magari non ha fame

Magari non avremmo dovuto lasciarlo da Pasquale per così tanto tempo

Ti preoccupi troppo, vedrai, se avrà fame mangerà.

Durante tutta la discussione Toby era stato a leccarsi le zampe sdraiato nella cuccia blu relegata in un angolino del retrocucina. A cosa poteva pensare un cane? Me lo chiedevo di continuo ma non riuscivo a trovare una risposta. Era un bel cane, un pastore tedesco un po’ più scuro del dovuto e con un pelo liscio e folto.

Mia madre si avvicinava alla ciotola gialla in cui aveva lasciato dei pezzettini di pane inzuppato nell’acqua e condito con gli avanzi del nostro pranzo. Mio padre era andato a cercare lo spray alla rinazina per l’allergia.

Mai una volta che si pensi a me in questa casa, borbottava, gliel’avevo detto che tenere un cane in casa con l’allergia che mi ritrovo non sarebbe stata una buona idea.

Mia madre si avvicinava circospetta alla cuccia di Toby e poi superava la serranda del balcone, sollevata solo per metà, piegandosi in due con l’andatura di un australopitecus zoppo.

Osservavo la scena dalla sedia blu della cucina adiacente allo stanzino in cui se ne stava Toby, incurante di noi e delle nostre attenzioni. Mi avvicinai e cercai di accarezzarlo per quella sorta di sentimento di universale compassione che i bambini a dieci anni posseggono di loro. Proprio in quel momento, mia madre stava armeggiando con la ciotola del cane, intenta a cambiargli quel cibo che pareva non piacergli neanche un po’. La mia mano sfiorava il pelo liscio di Toby e lui continuava a non calcolarmi, quando si accorse di mia madre con le mani nella sua ciotola e cominciò a ringhiare. Io non l’avevo mai sentito ringhiare prima e non me ne preoccupai affatto, continuai ad accarezzarlo e cercai di voltargli il muso in mia direzione. Mia madre sollevò la ciotola per portarla via e sostituirne il contenuto e io avevo tra le mani il muso bagnato e ringhiante di Toby che preso dalla rabbia abbaiò feroce come un lupo e mi azzannò la mano. Mi sentii strappare la carne come se avessi un bisturi nel palmo senza anestesia. Il sangue cominciò a inondarmi la pelle. Ho ancora i segni dei suoi denti nell’incavo tra pollice e indice.

Il rumore della ciotola che sbatte sul pavimento del balcone, il rosa del pane insugato che cade sul grigio di quel pavimento. Le mani di mia madre che tentano di raggiungere le mie. La fuga di Toby verso il balcone con la coda tra le gambe, la tosse di mio padre che si avvicina sempre più, tutto questo era chiaro, distinto, incredibilmente lento. Poi il vuoto. Quando mi riebbi c’era mia madre che mi bendava la mano immersa in un liquido disinfettante e anestetico. Mio padre, sempre tossendo a gran voce, bofonchiava: il cane se ne deve andare.

Mi asciugavo le lacrime con l’altro palmo, quello sano e cercavo di capire cosa avessi fatto di tanto sbagliato.

Toby arrivò in bagno con le orecchie tirate indietro come un topo al vento e la coda tra le gambe. Mio padre lo vide e lo cacciò via con il dito indice e una solennità nel tono di voce.

Sparisci! Sparisci! Cagnaccio! Domani ti riporto da Pasquale e non voglio vederti mai più!

Toby aveva iniziato a guaire forte e si era rimesso nella cuccia depresso senza toccare cibo né acqua. Perfino mia madre aveva smesso di coccolarlo e di portargli del cibo e io ora non mi ci avvicinavo più.

Quella notte non riuscivo a dormire, fissavo nel buio la luce provenire dallo spiraglio della porta della mia stanza semichiusa. Mi sembrava di vedere l’ombra del cane venirmi incontro ringhiando e la cosa mi paralizzava tra le coperte. Avvertivo il battito cardiaco a una frequenza insolita e credevo che mi sarebbe successo qualcosa di terribile. A un tratto sentii cigolare la porta e notai nel buio la forma delle orecchie triangolari di Toby. Mi misi a tremare e a sussurrare: vattene, va via, lasciami in pace! Ma lui niente, restava lì. Avevo paura persino di accendere la luce, me ne stavo immobile nel letto. E lui lì immobile sull’uscio della mia stanza.

Cercavo di farmi forza e respirare e dicevo a me stessa che non sarebbe successo niente. Poi di scatto mi alzai. Lui rimase lì fermo. Accostai la mano al ruvido della carta da parati e a tentoni cercai l’interruttore. Quando riuscii ad accendere, solo allora, lui si avvicinò.

Non ti arrabbiare, ti prego, non ti arrabbiare, supplicavo.

Lui era sempre più vicino e io avevo sempre più paura. Ma qualcosa nei suoi occhi mi diceva di calmarmi, non mi avrebbe fatto alcun male. Lo capii quando avvertii il freddo e umido del muso sulla gamba destra su cui era poggiata la mano fasciata, io me ne stavo lì rigida e imbalsamata come un pezzo di marmo e invece lui voleva riappacificarsi. A quel punto poco per volta avvicinai l’altra mano alla sua testa e gli lisciai il pelo con piccole carezze. Fuori dalla finestra le prime luci dell’alba rischiaravano i palazzi con una luce violacea, facendoli sembrare di cartone. Io e Toby ci addormentammo uno accanto all’altra, io tra le coperte e lui ai piedi del mio letto.

Quando mi svegliai lui non c’era più. Era una domenica mattina e i miei mi avevano lasciata dormire fino a tardi. Dall’altra stanza arrivava l’odore del pomodoro che cuoce e io mi avvicinai assonnata alla cucina.

Mia madre girava il sugo mentre mio padre leggeva le notizie sul giornale, questa volta senza tossire o starnutire. Mia madre aveva un’espressione triste ma quando mi vide finse un sorriso. Io corsi nello stanzino della cuccia e il cane non c’era più.

Dove l’avete portato? Gridai.

Da Pasquale, disse mia madre, di sicuro starà meglio lì.

Non dissi nulla ma cominciarono a uscirmi due grossi lacrimoni dagli occhi.

Come, non sei contenta? Niente più morsi. Disse mio padre.

Io scappai in camera mia e mi vestii di corsa. Uscii di casa senza dare spiegazioni. Mio padre si mise a urlare e mia madre mi seguì giù per il giardino. Raggiunsi la villetta di Pasquale alla fine della strada in cui abitavo. Citofonai ma non c’era nessuno. L’erba non era potata e la casa era cadente, il muro con le crepe e le finestre serrate. Citofonai e citofonai e citofonai ma quella villetta era disabitata. In quel momento capii che Toby non l’avrei rivisto mai più.

© Ilaria Palomba

4 Comments

  1. persino il mio bassotto qui accanto si è intristito (ma è molto bello)

  2. Toby…. :(((


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