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cardiopatica

Vorrei che qualcosa accadesse squarciando le budella degl’inferi. Vorrei non essere sola in un fottuto studio a scartabellare vecchie cartoffie per poi buttarle via. Per poi buttarmi via. Vorrei vivere in prima persona e non lasciarmi frugare nella mente e nel corpo da futili principi che non ho mai scelto.

Eravamo un anfratto d’infinito. Silenziosi e pallidi a solcare l’orizzonte. In una sala prove sulla Casilina a inventarci un futuro che non c’appartiene. A inventarci valori che gli altri ci negano. A inventarci una vita che se stessa divora.

Eravamo crudeli e spietati, fottuti e immacolati. Sei voci disperse, cinque scrittori presenti e due nominali. Una performer bondage legatrice di anime in pena e corpi che bramano nuovi traguardi. Un proprietario dai capelli heavy metal. Eravamo ubriachi ancor prima d’iniziare. Sorseggiavo vino furioso iniettando di buono le papille gustative.

Vi parlavo di sesso e droga, fanatici paesaggi metropolitani irrisolti. Rizomatici quartieri di periferie pugliesi. Eravamo in una Roma indiana e sottosuolo. Eravamo in una Roma sottotono. Immaginavo lisergiche danze tra Ian Curtis e Ellen Allien. She lost control again nella mia pancia. Il controllo non vi era mai stato. Parlavamo di crisi e massacri, di come sopravvivere al mondo e svoltarci la serata.

I miei occhi puntavano altrove. Batteria, casse acustiche, birra alla frutta. C’era l’inesistenza nei miei occhi, nei vostri l’immenso. Stavamo a scartabellarci il cranio per inventarci qualcosa che non fosse fottuto dai vermi. A inventarci qualcosa che non fosse mangiato dai vermi. A inventarci futuri che non ci sarebbero mai stati. O che avrebbero trionfato sulla banalità del nostro male. Del vostro male. A inventarci futuri che ci avrebbero salvato.

Rileggevo testate on line mentre i partiti si spartivano il paese gettando i nostri corpi in pasto alle carogne. Mentre il tuo corpo è già in pasto alle carogne. Volevamo risvegliare la letteratura, i Kerouac e Burroughs e Fitzgerald e Virginia Woolf e Moravia e Emily Dickinson e Baudelaire e Rimbaud. E tutti i poeti crocifissi sull’altare dell’arte. Ingiustamente giustiziati da un darvinismo senza padri.

Figli di nature bastarde dilaniavamo il tempo in brandelli di vuoto mentre i corpi morivano esangui e i più furbi ci mangiavano il cranio. E i più vermi ci spedivano all’inferno. E i più leccaculo andavano in paradiso consacrati al bene dei vermi nei secoli dei secoli.

Eravamo sporchi di poesia, traboccanti arte rosso scuro e fluida geometria della distanza. Eravamo incompresi dal mondo e del mondo non ce ne fregava un cazzo. Eravamo cattive persone, quelli a cui ti dicono di non dare corda. Eravamo corde titillanti e invisibili mine senza freni. E stavamo progettando un modo per mandarti in fumo il tuo futile sistema di programmi stabiliti e vetrine sbirluccicanti e supermercati viventi in cui esporre miocardi vivi e pulsanti.

Eravamo nudi nei paradisi dell’inaudito. Osceni e pallidi a legarci le braccia per gridare al mondo la nostra inguaribile cardiopatica voglia di vita.

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

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