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Monthly Archives: gennaio 2013

sangue

Dove sei? Sono più di due ore che sei fuori. Sei uscita con quella tua amica, quella un po’ zoccola, bionda. Andiamo a fare shopping, hai detto. Ma sono le otto di sera, ora i negozi sono chiusi. Dunque dove sei? Non sarete andate a ballare, perché se foste andate a ballare me l’avresti detto. E poi a te non piace ballare, non ti è mai piaciuto. Allora dove sei? Da quanto tempo ti sto aspettando? Attimi. Minuti. Ore. Dove sei? Il sapore amaro del caffè Illy. Quel profumo al gelsomino sulle lenzuola sfatte. La voce insistente del telegiornale che tenta di colpirmi ma con scarsi risultati. Le mie orecchie assorbono ogni sillaba ma non rimandano l’impulso al cervello. La mia mente è altrove. Dove cazzo sei? Mi dilanio le unghie, la pelle si stira, si contorce, viene via. Dove sei? Probabilmente quella grandissima troia ti avrà portata in un pub, sì, uno di quei posti in cui la gente beve, parla, ride, scherza e approccia. Ora starete ascoltando dell’immonda musica commerciale mentre le sue labbra si accostano al tuo lobo e ti sussurrano: li vedi quelli? E tu li vedi. Ora sai che puoi guardare altri uomini oltre me. Uno dei due è riccio e ha gli occhi verdi, un maglione dello stesso verde degli occhi, l’altro, un professorino occhialuto molto magro, con lo sguardo da falco. Il riccio incrocia il tuo sguardo. Dove cazzo sei? Per un attimo ti senti una merda per averlo fissato così insistentemente. Ci hanno puntate da un pezzo, osserva la tua amica zoccola. E tu ti fingi distratta, il sapore della Guinness tra le papille gustative, la lingua passata sui denti con la stessa frenesia con cui hai distolto lo sguardo dal riccio. Dove sei, bastarda? Sono le nove di sera. I negozi sono chiusi e tu sei in un fottutissimo pub. Il tagliere di salumi è quasi finito. Hai mangiato tutti quelli piccanti. Ora hai quel sapore in bocca e lo innaffi di Guinness, te la scoli in un attimo per toglierti il piccante dalle labbra. Uno di loro si alza in piedi e viene verso di voi. La bionda si stira un ciuffo di capelli freschi e laccati con l’indice e il medio. Vi scambiate sguardi complici. Dove sei? Il professorino finge di essere molto occupato con qualcosa sull’iphone. Dove sei? Il riccio è a un passo da voi, avete da accendere? Non si può fumare qui dentro. Adesso fai anche la spiritosa, peccato che con me non va mai così, l’ironia devo cavartela fuori come un dentista caverebbe un dente cariato. Il riccio indica la porta. Andiamo un attimo lì fuori. La bionda zoccola annuisce contenta, ha un golf rosso con uno spacco a V sul seno, due bocce rifatte che rimbalzano negli occhi del riccio. Dove cazzo sei? Stai già tirando fuori l’accendino dalla borsetta nera di Furla mentre la tua amica si è alzata in piedi, respira profondo, mostrando quel miracolo di chirurgia estetica un po’ a tutto il locale. C’è quella stupida canzone di Cesare Cremonini, com’è che fa: una come te? Ecco adesso il riccio infila gli occhi nei tuoi, è sicuro che insomma vi siete intesi. Gli porgi l’accendino, lui ricambia con una sigaretta. Il professorino si alza in piedi e viene verso di voi senza aver mai tolto gli occhi dalla scollatura della tua amica mignotta. Avete quattro sigarette in mano. Il sapore della birra amara giù per la gola. Uscite. Tu indossi un paio di jeans di quelli ben stretti sul culo. Il riccio adesso t’incolla gli occhi a quel culo che si muove verso l’uscita del locale e diventa un cuore. Il riccio non toglie mai i suoi occhi schifosi come artigli da quel cuore pulsante. Immagina di toccarlo, assaporarlo, morderlo, penetrarlo. Siete fuori, il rumore delle auto, il freddo d’inizio febbraio. Andiamo dentro a prendere le giacche? La zoccola non accenna a muoversi. No, poi non si noterebbero più le sue tettone rifatte, allora una cosa diavolo spende seimila euro a zinna se poi deve indossare un giubbotto che gliele nasconde? Soprattutto in situazioni come queste. Il gusto secco della Galouise che stai fumando. Il sapore del lucidalabbra al lampone appiccicato al filtro della sigaretta. Presentazioni. Che fate dopo? C’è un concertino jazz in un locale a Trastevere. Veramente dovrei tornare a casa, accenni, mio marito mi aspetta. E facciamoli aspettare questi mariti, ti zittisce subito la zoccola mentre il professorino le ha già piantato una mano intorno alla vita, ora stringe la carne dei suoi fianchi. La tua pelle è intirizzita, dalle labbra sputi fumo anche se hai finito la sigaretta da più di dieci minuti. Entriamo? Il riccio paga la tua Guinness e il professorino lo spritz della zoccola. Troia, dove cazzo sei? Sei imbarazzata, lo so, ma non lo dai a vedere. Quegli occhi verdi scrutano ogni dettaglio. S’infilano nelle fibre della maglietta, nelle tasche dei jeans. Quegli occhi sono cazzi e ti strusciano ovunque. E poi le rughe d’espressione sulla fronte, la carnagione ancora abbronzata. Cosa fai? Vai a sciare? Veramente sono un subacqueo. Cioè sono un avvocato ma ho sempre avuto la passione per le immersioni. Tu cosa fai? Lavoro per un’agenzia immobiliare. No, non guadagno molto, di questi tempi poi. Si è passati da Cremonini a Vasco Rossi. Voglio trovare un senso a questa vita. Dove cazzo sei, baldracca? La tua amica è lì che gioca con le dita del professorino. Gli sta dicendo che lavora in un negozio di alta moda mentre il suo indice fa cerchi concentrici nel palmo di lui. In realtà fa la commessa in un negozio di cinesi. Lui ovviamente insegna storia dell’arte ma al momento non è di ruolo. Sì, è un momentaccio per tutti. E poi via, fuori a bere ancora. A confondere nell’alcol i desideri di questa notte. E io qui su questo divano a sciroccarmi una televendita con altre due zoccole, ma con vent’anni meno di te e della tua amichetta succhiacazzi. Tutta questa carne esposta e svenduta in primissimo piano. Sono le dieci di sera, dove cazzo sei? C’è quel pane duro di ieri ancora lì incartato. Ecco, lo scarto. Prendo il coltelo da cucina, quello di venti centimetri per tre, manico rosso, affilato, i miei occhi iracondi si specchiano nella lama. Il pane duro si taglia come un pezzo di ricotta. Faccio due fettine e il resto lo conservo. I primi due li infarcisco di prosciutto crudo e parmigiano di stamattina. Ripongo il coltello nel mobile, anzi no, lo lascio sul lavabo, dovessi volermi tagliare altro pane. Mi scolo un’altra heineken. La terza di stasera. Addento il panino e immagino di addentare il tuo collo candido. Quel collo che ti sfiori mentre sei in macchina, sedile davanti, accanto al riccio che guida con quegli occhi dello stesso verde del maglione e non guarda la strada, guarda te. Spero che vi ammazziate. Ti volti un attimo, la mano sul collo ti ha provocato un eritema, hai sempre avuto la pelle sensibile. O mio dio, non ci posso credere. La tua amica pomicia come una grandissima baldracca con il professorino che per l’occasione ha pensato bene d’infilarle anche una mano tra lo spacco di quelle tette, così grosse. Ti irrigidisci. Perché tu, sì, sei troia, ma non così troia. Dove cazzo sei? Su quel sedile diventi di pietra. Fai un paio di sorrisi forzati. Il riccio cerca di sorriderti anche lui, sai, il mio amico non ha una femmina tra le mani da più di due anni, vorrebbe dirti ma non lo fa. Dove cazzo sei? Siete arrivati nel jazz club, vicino piazza Trilussa. È una porticina nera. Si entra. I due maschioni pagano l’ingresso. Si scende. Le pareti sono rosse. C’è odore di vino d’annata appena stappato. In fondo alla scala una luce soffusa. Dieci tavolini rotondi e delle sedie lavorate in ferro battuto. Sul palco di fronte un paio di tizi, uno con un sax l’altro al pianoforte a coda, di quelli che ti piacevano tanto e che avresti voluto in casa prima di smettere definitivamente di suonare. Ecco, sediamoci lì. Mi raccomando, scegliete l’angolo più appartato. Dove cazzo sei? Si avvicina un cameriere, di quelli col papillon. Sono le undici. Dove cazzo sei, troia? Una bottiglia di chardonnays, il riccio vuole fare il galante. Tartine e chardonnays. La biondaccia con le zinne rifatte si siede sulle gambe del professorino. Ecco il vassoio. Il vino scende nell’esofago. Le tartine al tartufo deliziano le papille gustative. Il riccio t’incolla gli occhi addosso, ti acchiappa con i suoi e non ti molla più. Vai un attimo in bagno, devi pisciare, non ti trattieni. Ti guarda il culo a forma di cuore mentre lo muovi lontano da lui. Cammini reggendosi alle pareti rosse. Cazzo, quanto ho bevuto, pensi. Poi l’alcol proprio non lo reggi. Ecco, sei arrivata in bagno, rischiando un paio di volte di intralciare i camerieri con i vassoi. Una porta nera col disegno stilizzato che sta per signore. Ecco, ci sei. Una goccia di urina ti ha sporcato gli slip. Finalmente apri la porta, slacci i jeans, abbassi le collant e le mutandine bianche di pizzo. Uno scroscio di pioggia dorata scende fluido centrando il fondo del cesso. Mannaggia, non c’è la carta igienica, va be’, pazienza, ti tiri su le mutandine che ti lasciano una sensazione di umidità tra le gambe. Una goccia calda ti scivola lungo la coscia mentre ti rialzi i pantaloni. Ti lavi le mani, te le asciughi addosso. Dove cazzo sei? Fai per uscire dal bagno della signore quando osp sbatti contro qualcuno che causalmente, con tanto di disegno che capirebbe anche un bambino, ha sbagliato porta. Dove cazzo sei? Di là suonano Summertime a luci soffuse, la tua amica si è fatta infilare le dita nelle mutande, davanti a tutti, dal professorino. È mezzanotte. Dove cazzo sei? Sbatti i pugni contro il suo maglione verde acqua poi sollevi lo sguardo ed è lui. E allora non puoi più trattenerti. La sua lingua nella tua bocca cerca la tua. Le sue mani finalmente acchiappano quel culo tondo e sodo su cui ha sbavato per tutta la sera. Le sue bave sulle tue labbra. Il segno del tuo lampone sul suo collo. Le mani nelle increspature dei capelli. Vi chiudete nel cesso. Le tue mani sul lavandino freddo. Le sue a sbottonarti i jeans. I tuoi occhi socchiusi sbirciano lo specchio. Il suo bacino in avanti. I tuoi jeans giù fino alle ginocchia. Le sue labbra spalancate. Una mano sui tuoi fianchi l’altra sulla schiena e poi giù tra le tue gambe ad accarezzarti i peli. Quella goccia di pipì si è trasformata in un lago. I tuoi occhi nello specchio acchiappano i suoi, socchiusi e trasognati, vogliosi, predatori, mentre le sue dita scivolano nel tuo ano e poi qualcosa di grosso e caldo. Ahia, mi fai male. Lasciati andare. Lasciati andare un paio di palle. Ormai è già dentro. Ti brucia. E poi guardi nello specchio il suo bacino avanti e indietro avanti e indietro e poi sempre più veloce. E la tua schiena sempre più schiacciata sul lavandino. La tua mano destra afferra il rubinetto freddo come fosse un cazzo. E lui sempre più avanti e indietro nel tuo culo mentre le sue dita sfiorano il clitoride e i tuoi umori ti sporcano le gambe. Dove cazzo sei? Troia, te la stai spassando? Sono alla decima heineken e un filmaccio americano tra inseguimenti e sparatorie. Non riesco più a comprendere una sola parola e adesso neanche a sentirle le parole. Queste immagini del cazzo mi ronzano in testa come mosche fastidiose, ansi zanzare, zanzare tigri. Ecco che sta venendo. Il suo seme scivola fluido nel tuo culo. Arriva fino all’intestino. Poi vi rivestite. O mio dio, cos’ho fatto. Anch’io sono sposato, dai, dopo tanti anni, queste cose capitano. Ti tranquillizza. Dove cazzo sei? Il concerto è finito. Sono andati via tutti. La troia e il prof aspettano solo voi. Lei ti sorride sgargiante. Ecco la mia amica, addirittura più troia di me. Sigaretta? Indubbiamente. Quattro passi per raggiungere l’auto. Fa un freddo boia. Dove cazzo sei? Ora ha anche una mano intorno alla tua vita. Le Galouise stanno per diventare le tue sigarette preferite. Posso avere il tuo numero? Meglio di no. Tanto lui ha il mio, esordisce la biondaccia, organizziamo un’altra uscita a quattro in questi giorni. Sì, ma non diamo nell’occhio, sai mio marito. Azzardi. Tuo marito deve darsi una bella calmata! Fa la zoccola. Mandalo in psicoterapia come ho fatto col mio, adesso prende il darkene e la sera si addormenta ancora prima che io esca. Risate. Ecco che vi lasciano dove avete parcheggiato. Saluti salutini baci bacetti. Sulla bocca? No, no, sulla guancia, dai, sulla bocca è esagerato, in fondo è stata solo una bella scopata. Ci risentiamo, allora. Contateci. E adesso siete nella sua smart, rossa come il suo maglione. Dai, racconta! No, no, m’imbarazza. Ve la siete spassata, eh’ tutto quel tempo in bagno… Abbastanza. Ma ora sono in ansia. È l’una, cosa dico a mio marito. Dove cazzo sei, lurida troia, baldracca, pompinara? Ma dai, digli che stasera abbiamo giocato a fare le teenager, che siamo andate al concerto di quel gruppo… come si chiama’ quello che ti piace tanto. I Portishead? Eh! Sì, brava, loro. Ma scherzi? Ci sarei andata con lui e poi avrei preso i biglietti secoli prima, non è mica scemo. Va be’, dai, una scusa la trovi. Intanto siete al Pigneto. La smart rossa attende che tu infili le chiavi nella toppa. Il rumore delle tue mani che tremano. Non trovi la chiave. La bionda se la ride. Eccola, l’hai trovata. Poi tutti quei piani a piedi. Hai il fiatone. Dove cazzo sei? Cammino avanti e indietro nell’ingresso. Questo mobile in legno con tutte le cartacce da riordinare è tuo. Perché io non lavoro da ormai un anno e non ho più nessuna cartaccia da riordinare. Cammino avanti e indietro e mi tocco la testa stempiata e mi tocco la barba. Avverto un rumore di tacchi. Poi la chiave che gira nella toppa. Eccoti. Entri. Hai il fiatone. I capelli in disordine. La voce del telegiornale parla di elezioni, disoccupazione, accoltellamenti. Accoltellamenti. Eccoti. Divertita? Hai i capelli in disordine. Li metti dietro le orecchie. Guardami! Ti grido contro. Mi guardi. Sono stata con la mia amica. Lo so che sei stata con quella baldracca della tua amica. Ma ti senti bene? Perché fai così? Cammino avanti e indietro. Voglio solo sapere se te la sei spassata ben bene. Siamo state al cinema. Ah, sì? A vedere cosa? L’ultimo di Tornatore. Ah sì? E di che parla. Cominci a spiegarlo. Non ti ascolto, non sento neanche un millesimo delle tue parole. Boiate! Amore, ma stai bene? Sei tutto rosso paonazzo, ti prego. Boiate! La mia mano si schianta sulla tua guancia. Lanci un urlo. Ti schiacci contro il muro punti la porta. Ma che sei scemo? Gridi. Il coltello è lì accanto al lavabo, in una casa di quaranta metri quadri non ci si mette nulla a trovare gli oggetti quando servono. Benissimo, dico, adesso calmo. Dove cazzo sei stata? Te l’ho detto al cinema, ora tremi. Tremi forte. La mia mano stringe il manico di plastica del coltello. Ti prego non fare così, mi spaventi. Voglio la verità. È la verità! E allora dalle otto alle dieci dove sei stata? In un bar, a bere una cosa. A bere, rido, rido forte adesso avvicinandomi a te lentamente con l’arma in mano. A bere, ripeto. A bere, ripeto ancora più lentamente. Amore, ti prego. Adesso senti il tanfo del mio alito da dieci litri di birra. A bere, ripeto ancora sussurrando. Sono a un palmo da te. Con quella zoccola. Non parlare così di… non ti lascio finire. Il mio coltello contro la tua gola. Ti prego sussurri, ora piangi, piangi, brava, godo quando piangi a causa mia. Finalmente conto qualcosa. A bere. Ripeto. Ti sfioro la gola. Gridi. Ti tappo la bocca. Zitta troia. Ti spingo il palmo contro le labbra, mi sporco delle tue bave. Piangi forte forte e mi sporco anche delle tue lacrime. A bere. Ora il mio coltello preme sulla tua carotide, le prime gocce di sangue sgorgano libere sul tuo collo bianco. Poi di scatto mi tiri via con un calcio in pancia. Faccio un passo indietro. Afferri la maniglia, stai per scappare. Dove cazzo vai? Richiudo la porta, ti prendo per i capelli. Ti metti a urlare. Ti scaravento a terra e poi mi avvento si di te. Una coltellata in gola, quel collo così candido, una nello stomaco e una nel cuore, così vediamo se ce l’hai un cuore. Il suono di una sirena. Il coltello sporco del tuo sangue ora finisce nella mia gola. Meglio la morte che il gabbio. E tutto questo per colpa tua, troia. Non riuscivo a credere che fossi così vuota come persona, ho dovuto squartarti per accertarmene.

 

 

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

cardiopatica

Vorrei che qualcosa accadesse squarciando le budella degl’inferi. Vorrei non essere sola in un fottuto studio a scartabellare vecchie cartoffie per poi buttarle via. Per poi buttarmi via. Vorrei vivere in prima persona e non lasciarmi frugare nella mente e nel corpo da futili principi che non ho mai scelto.

Eravamo un anfratto d’infinito. Silenziosi e pallidi a solcare l’orizzonte. In una sala prove sulla Casilina a inventarci un futuro che non c’appartiene. A inventarci valori che gli altri ci negano. A inventarci una vita che se stessa divora.

Eravamo crudeli e spietati, fottuti e immacolati. Sei voci disperse, cinque scrittori presenti e due nominali. Una performer bondage legatrice di anime in pena e corpi che bramano nuovi traguardi. Un proprietario dai capelli heavy metal. Eravamo ubriachi ancor prima d’iniziare. Sorseggiavo vino furioso iniettando di buono le papille gustative.

Vi parlavo di sesso e droga, fanatici paesaggi metropolitani irrisolti. Rizomatici quartieri di periferie pugliesi. Eravamo in una Roma indiana e sottosuolo. Eravamo in una Roma sottotono. Immaginavo lisergiche danze tra Ian Curtis e Ellen Allien. She lost control again nella mia pancia. Il controllo non vi era mai stato. Parlavamo di crisi e massacri, di come sopravvivere al mondo e svoltarci la serata.

I miei occhi puntavano altrove. Batteria, casse acustiche, birra alla frutta. C’era l’inesistenza nei miei occhi, nei vostri l’immenso. Stavamo a scartabellarci il cranio per inventarci qualcosa che non fosse fottuto dai vermi. A inventarci qualcosa che non fosse mangiato dai vermi. A inventarci futuri che non ci sarebbero mai stati. O che avrebbero trionfato sulla banalità del nostro male. Del vostro male. A inventarci futuri che ci avrebbero salvato.

Rileggevo testate on line mentre i partiti si spartivano il paese gettando i nostri corpi in pasto alle carogne. Mentre il tuo corpo è già in pasto alle carogne. Volevamo risvegliare la letteratura, i Kerouac e Burroughs e Fitzgerald e Virginia Woolf e Moravia e Emily Dickinson e Baudelaire e Rimbaud. E tutti i poeti crocifissi sull’altare dell’arte. Ingiustamente giustiziati da un darvinismo senza padri.

Figli di nature bastarde dilaniavamo il tempo in brandelli di vuoto mentre i corpi morivano esangui e i più furbi ci mangiavano il cranio. E i più vermi ci spedivano all’inferno. E i più leccaculo andavano in paradiso consacrati al bene dei vermi nei secoli dei secoli.

Eravamo sporchi di poesia, traboccanti arte rosso scuro e fluida geometria della distanza. Eravamo incompresi dal mondo e del mondo non ce ne fregava un cazzo. Eravamo cattive persone, quelli a cui ti dicono di non dare corda. Eravamo corde titillanti e invisibili mine senza freni. E stavamo progettando un modo per mandarti in fumo il tuo futile sistema di programmi stabiliti e vetrine sbirluccicanti e supermercati viventi in cui esporre miocardi vivi e pulsanti.

Eravamo nudi nei paradisi dell’inaudito. Osceni e pallidi a legarci le braccia per gridare al mondo la nostra inguaribile cardiopatica voglia di vita.

 

 

 

 

© Ilaria Palomba