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(foto di Luigi Annibaldi)

– Vuoi un caffè? – fa lui.

– No – gli risponde.

Lo spazio che c’è tra loro è un quarto di divano. L’odore che c’è nell’aria è quello del caffè appena bevuto da lui. Pile di libri sul pavimento, il letto disfatto. Le mani di lui che ticchettano sul computer. Lei non ce la fa proprio a stare lì dentro. È come se l’avessero chiusa in una scatola buia. Non riesce a parlare. A guardarla dall’esterno non sembra una persona ansiosa. Ha gli occhi svegli, un corpo molto morbido, pieno di curve e le sue labbra sono accese e carnose, come cuscini. Ma le monta una rabbia, ogni volta che Anto si mette lì col computer e si dedica al suo sacrosanto lavoro. Le viene voglia di azzannarlo, di fargli male. Mentre lui si morde il labbro, cercando una soluzione al problema tecnico sul sito dell’azienda e nello stesso istante avverte il bisogno di starle accanto. Elena è la sua donna, la sua bambina, anche se ha trent’anni, per lui resta sempre una bambina. Pensa che quando avrà finito questo piccolo impiccio si metterà ad aggiustare tutto, lavare i piatti, rifare il letto, solo per farla felice. Magari questa volta accadrà qualcosa tra loro, come i vecchi tempi.

Elena si alza e cammina scalza per la stanza. Apre la finestra. Entra il frastuono del traffico di Roma come un rinoceronte imbestialito.

Ele vuole farsi notare. È uno di quei momenti catartici, come li chiama lei, che se non si accorge di lei adesso tanto vale andarsene. Anzi, sta pensando che adesso se ne va, lo farà solo per provocare in lui un’emozione. E non solo questo, sta pensando di uscire e fare l’autostop, quel che succede, succede.

Antonio muove le dita velocissimo, sente la pressione salire dalle ginocchia, quel cavolo di sito si sblocca ma va lentissimo. Si mette la mano nei capelli, accarezzando ogni increspatura come volesse strapparla.

Elena apre la porta d’ingresso. Una ventata di freddo invade l’abitazione.

Antonio alza gli occhi verso di lei. Le iridi alla luce sono di un verde intenso simile alle acque di certi fiumi ancora incontaminati.

Ele si blocca. Vorrebbe avere la forza di uscire fuori e gridare a tutto il mondo la sua rabbia, gridare che il suo uomo l’ha sostituita con un computer e magari ci scopa anche con quel computer viste le ore che passa con lui.

– Dove vai?

Questa domanda le fa sentire una scossa lungo la coscia destra.

– Ho voglia di uscire

– Scalza? – fa lui con una nota di sbalordimento nello sguardo.

Sì, ho voglia di uscire scalza, fare l’autostop, scoparmi un estraneo e mandarti affanculo per sempre, gli avrebbe detto molto volentieri ma si guarda i piedi ed è come se li sentisse per la prima volta. Avverte il freddo del pavimento sulla pianta e non ha più il coraggio di muoversi.

Antonio posa il computer per andarle incontro, deve aver ricominciato a farneticare le sue cose, quella spostata. Ha bisogno che le stia vicino, pensa.

Nel lasciare il computer sul divano, sul display tutto il lavoro che aveva appena fatto scompare.

– O, merda, cristo! – urla Antonio.

Elena chiude la porta alle sue spalle, trattiene una risata, quasi di soddisfazione.

Antonio alza gli occhi e la osserva irritato. Se un secondo fa voleva aiutarla adesso gli saltano i nervi, solo perché una s’è presa una liquidazione questo non la giustifica a cercare di far fallire anche lui. Ora lo sa, lui, cos’è che divide la sanità dalla malattia: è l’egoismo, lo stesso egoismo che hanno gli anziani quando diventano troppo vecchi e stanchi e prossimi alla morte per riuscire a cavarsela da soli e cominciano a pesare sugli altri, in un modo indecente. Solo che Elena non è una vecchia decrepita, ha appena trent’anni ed è ancora molto bella ma c’è qualcosa dentro di lei, qualcosa di mostruoso, qualcosa che giorno dopo giorno si mangia pezzi della sua mente.

– Vattene! – le fa.

Lei stringe i pugni accanto alle cosce.

– Coraggio! Cosa c’è? Stavi scendendo in strada senza scarpe? Volevi provocarmi? Brava, mi hai provocato. Vattene! – le ordina.

Solo che ora lei non ci riesce più. In quel momento le vengono in mente delle immagini come in un film. La sera in cui si sono conosciuti, tutte quelle fotografie, il sapore del vino tra le labbra, il momento in cui è entrata in bagno, e s’è trovata lui alle sue spalle. La leggera tachicardia che ha provato in quell’istante, gli occhi di lui che non le levavano niente e quelle mani calde, grandi, quelle mani in cui ogni linea era come un solco scolpito da un artista. E le sue dita che le toccavano le labbra. Il sapore sanguigno della sua lingua. Il calore della sua pelle mentre le stringeva le cosce. Quella voglia così forte, in quel bagno del palazzo adibito alla mostra.

Lui le va incontro e le prende il viso tra le mani. Lei trema tra le sue mani come se avvertisse la rabbia attraverso il freddo dei suoi palmi, delle sue dita. Come se ora quelle dita fossero le dita di qualcuno che non conosce. Le viene da piangere ma non lo fa. Era iniziato come un gioco: vediamo che fa se me ne vado, non avrebbe mai voluto andarsene davvero, non vuole farlo davvero.

Antonio ora vuole che quella donna sparisca. Non ha altri desideri. Perché ricorda il modo in cui era prima. Prima di quella cosa. Può capitare a tutti, sai? Gli aveva detto. Ed era questo che lo gettava nell’angoscia: se è accaduto a lei può accadere anche a me, pensa. Ricorda il modo in cui andava vestita, un po’ da uomo, in smoking, ma sempre impeccabile, ricorda le proposte brillanti che gli faceva, le idee che riusciva a mettere nel suo lavoro. Poi così, all’improvviso, era andata fuori di testa. Ricorda la prima volta in cui l’aveva vista tremare e sudare. Questa non è la mia Elena, aveva pensato.

Lui vuole che esca per sempre dalla sua casa e dalla sua vita, quella larva umana che è diventata, e che al suo posto torni l’Elena che l’ha fatto perdere. Che torni così con quella grinta, con quel pizzico di fantasia folle per cui si faceva l’amore ogni giorno in un posto diverso, per cui accadeva sempre qualcosa di diverso. Questa qui che ora ha di fronte si è portata via la bellezza e la purezza di quella donna lì. E così mentre le stringe le guance in mano e vorrebbe picchiarla, vorrebbe che sparisse, vorrebbe tagliarla a pezzi e darle fuoco, comprende che l’unica cosa da fare, l’unica cosa che davvero può fare ora è andarsene lui. E non aiutarla più, non farsi vedere mai più. Così le lascia la presa, le fa una carezza sulla nuca sente ancora la sua pelle di seta. Elena ha un groppone in gola che non riesce a mandare giù. Guarda Antonio e vede il nulla che lei è. Lui ritira la mano, osserva la porta, vede tutte le sfumature marroni dei cerchi nel legno. Quella porta, come un miraggio, a qualche centimetro eppure distante. Antonio attraverso la porta vede se stesso, s’immagina vecchio, scalzo, pieno di rughe. Un cazzotto si scaglia contro quella porta, contro quella barriera tra vita e paura. Elena lancia un grido, scappa in camera da letto. Antonio, il pugno contro la porta, avvicina il capo alla superficie in legno, deglutisce l’amaro che ha in gola. Un amaro leggero e penetrante, che si diffonde nell’aria come l’odore di minestra nei corridoi degli ospedali. Un amaro che continua a ingoiare ogni cosa, poco per volta, senza mai fermarsi.

 

 

© Ilaria Palomba

4 Comments

  1. E’ eattamente così, esattamente

    • La diversità fa paura perché si teme un contagio al contatto, in realtà si teme di scoprire qualche verità di fondo su se stessi

  2. Come indaghi tu i sentimenti umani non lo fa nessuno! Complimenti!

    • Grazie carissima, troppo buona, davvero! Chissà magari un giorno ci farò un romanzo da questo racconto…


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