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Guardala. Ha i capelli bianchi, sì, la schiena curva, sì. Mi dirai è una vecchia qualsiasi. Ma, guardala ancora. Nel portamento l’insicurezza tradisce un’età celata. L’odore del cardamomo. Aspiralo. È lei, te ne ricordi? Non può essere, dirai.
Non pensi, mentre a fatica trascina le buste della spesa, che i capelli bianchi, scarmigliati, una volta siano stati blu. Se ora ha sessantanove anni, per esempio, nel sessantotto doveva averne diciotto e nel settantototto ventotto. A ventotto anni si laureava in antropologia culturale e suonava in una cover band dei Clash. Aveva i capelli blu. Qualche anno prima erano mogano. Te ne ricordi?
Il portamento algido di una danzatrice, ma non aveva mai studiato danza.
Sua madre, Dora, lasciava le ballerine in corridoio. Le ballerine di Dora, Dora che s’inchina in un plié, Dora che scompiglia i capelli di Attilio. Dora che fa un passo di can-can. Dora che prende Attilio per la cravatta. Dora con un largo décolléte di strass. L’aeroporto di Fiumicino. Dora con un’espressione svanita, il ventre gravido; Attilio nascosto nel bavero dell’impermeabile. La neve.
Tornerai?, gli aveva chiesto.
Tornerò.
Dora e il letto. Dora e le pillole. Dora e il pancione.
Ci fu una grande nevicata. I fiocchi scendevano e appannavano i vetri. Annalisa nasceva al Santo Spirito di Roma, Dora esausta e madida la guardava senza gioia. Attilio volava a New York.
Annalisa, della madre ricorda le vestaglie porpora a balze. Le labbra carnose, gli occhi bistrati, lo smalto rosso, le ballerine consunte ai piedi della poltrona mogano in cui Dora crollava per abuso di fenobarbital.
Della scuola elementare ricorda i mattini freddi a piedi con gli occhi tra le tegole rosse di Garbatella, i cancelli ruggine, il rossetto sui denti dell’insegnante di matematica, il primo banco, le scritte intagliate nel legno, le trecce di Valentina, i nove e i dieci segnati con la penna rossa.
Della scuola media, lo sguardo di Valentina farsi scuro, le sopracciglia aggrottarsi, la fronte indurirsi e le labbra farsi strette.
Non voglio più vederti.
Perché?
Il rumore dello sciacquone. La ragazza con gli occhiali da sole. I passi della ragazza con gli occhiali da sole. Fragore di tacchi.
Perché.
Restarsene sola al primo banco.
Dora non le aveva mai comprato vestiti. Riciclava roba vecchia. Provava e riprovava abiti di strass, Dora. Si accasciava sul divano, tra le mani una fotografia anni Quaranta. La foto si sbriciolava e le mani tremavano.
Mamma, voglio gli occhiali da sole.
Quando starai meglio, Annalisa, quando starai meglio.
Le gambe penzoloni oltre il bracciolo della poltrona. Bianche, le gambe. Annalisa poteva vederci la neve sopra. E cadeva, la neve. Cadeva. Soffice. Pallida. Poteva farne una radiografia. Cristalli bianchi dalle forme geometriche a spina di pesce. Le ossa della neve, le chiamava. Sulle gambe di Dora, sulle gambe limpide, sulle gambe soffici, sulle gambe intirizzite, nude a ogni stagione.
Questo lo ricordi, non è vero? L’hai vista con lei, la neve.
Con i suoi occhi si poteva vedere. E tu avesti i suoi occhi.
Soltanto i professori dicevano: brava. Brava era brava. I nove e i dieci. Brava era brava, e si muoveva algida nel corpo mingherlino. Le lunghe gonne scure, i capelli raccolti in un fermaglio blu-libellula. Gli sguardi dei compagni. Le mani dei compagni ad annodarle i capelli, a versarci sopra colla. Le mani dell’amica d’infanzia, Valentina.
Del liceo ricorda le iridi verdi del rappresentante d’istituto, il piglio trasognato dei ragazzi dell’ultimo banco. Le gonne corte della nuova amica Barbara. Il tabacco rollato. I dieci che diventavano otto e poi sei e poi cinque. La guerra del Vietnam al telegiornale. Le manifestazioni. I carri con i fiori. I biglietti anonimi sotto il banco. L’odore dell’hashish. Il bacio di soppiatto nei cortili del Liceo. Un bacio stolido e insapore. Angelo, o forse Dario. E poi la notte dell’occupazione, in cui si andava per i corridoi con il libretto rosso di Mao e ci si chiudeva a chiave ansimando nelle aule vuote. Che, fai, ridi? Non la riconosci ancora?
Di quella notte ricorda il tè al cardamomo, le tue mani. Il prurito, la tua barba sulla pelle, la macchia rossa sui jeans che l’amica Barbara le aveva prestato, la voce gracchia di Barbara nel riconoscere i suoi pantaloni. Insozzati.
La notte dopo, casa di Annalisa, la ricordi? E Dora semicosciente. E Dora, le gambe di Dora, le ossa della neve. Potevi vederla la neve, ricordi? Fu una folgorazione. L’avevi sempre creduta un po’ picchiata, Annalisa, ma allora vedesti. Con i suoi occhi si poteva vedere. E tu li avesti.
Da allora di te non sapemmo nulla. La tua storia si fa nebbia. Annalisa continua a ricordare. Mentre le passi accanto, per poco non le sfiori i capelli. Non ti vede.
Dell’università ricorda il giorno in cui il cantante del suo gruppo le tinse i capelli di blu per poi scoparsela sul divano rotto della sala prove, il pugno che il cantante diede al chitarrista, le lettere raggricciate che le metteva nei foderi delle bacchette. Il professor Pirro all’esame sugli sciamani del Nepal mentre guardandola dal basso della sua gobba le diceva: farai strada. Il viaggio, tra gli sciamani del Nepal, il verde sferzante delle montagne di Parpking, il profumo d’incenso delle puja buddiste, le scarpe nere divenute bordeaux dopo dieci chilometri a piedi per portare l’acqua allo sciamano Irnavsh. La notte del deliquio. Irnavsh. Il sonaglio di Irnavsh. La bocca di Irnavsh che si muoveva senza voce. La barba bianca di Irnavsh che si faceva neve.
Neve, neve, neve a fiocchi. Le cadeva addosso e lei tremava, riassorbita nel gelo assoluto, si faceva piccola e tremava e si faceva piccola e tremava. Nella neve c’erano le mani che diventavano ossa e le pillole sul comodino di Dora e i piedi di Dora così freddi da sfolgorare in venature blu. Il ventre di Dora indietro nel tempo, le pareti uterine e Annalisa immobile, incastrata in un ventre senza uscita. Nel liquido amniotico Annalisa si genufletteva mille volte in un corpo mai nato.
Del suo ritorno ricorda il confondersi della luce nelle nuvole, dal finestrino dell’aereo. La percezione distorta degli spazi. Il fragore del traffico di Roma stagliato contro la memoria del silenzio di Parpking.
Le vene blu dei piedi di sua madre. La sclera bianca negli occhi. Il freddo marmoreo della pelle. La corsa in ospedale. Il colore prosciolto dell’obitorio. La neve, sulle gambe. Le ossa della neve.
Del resto non ricorda. Si è svegliata ieri con i capelli bianchi di Dora. Una rosa di rughe intorno alle labbra. Il corpo rattrappito in una carne lasca. Si è scrutata a lungo, il viso tumido e rugoso. L’odore del cardamomo. E gli occhi, gli stessi occhi. Le mani, le stesse mani. Il volto, lo stesso volto. Quella rosa di rughe, proprio quella. Gli zigomi mollica.
Ora tu la guardi mentre passi oltre e non mi credi più, non pensi possa essere stata quella Annalisa. Vedi solo una vecchia, con questa pelle, con queste ossa. Ma se la guardi, se la guardi a fondo, riconoscerai la neve.

© i. p.
(foto di Luigi Annibaldi)

One Comment

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