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(foto di Luigi Annibaldi)

 

Alcuni non hanno digerito il mio libro, sia negli ambienti letterari che in quelli underground, le reazioni sono state molteplici. C’è chi mi ha scritto entusiasta, chi ha preferito tacere, chi invece mi ha accusata di aver infamato fatti e situazioni, chi, al contrario, mormora che il mio sia un messaggio di complice distruzione e autodistruzione.

Posso dire che la scrittura, almeno per me, sia un atto  necessario. A chi mi chiede: quanto c’è di te in Fatti male? Rispondo: tutto. A chi mi chiede: ma è la tua storia? Rispondo: no. A chi mi chiede: è una storia vera? Rispondo: sì. È una storia necessaria perché è un baratro in cui chiunque potrebbe cadere. Ma non tutti frequentano quegli ambienti, mi direte. Ma non importa perché quegli ambienti sono solo la componente più estrema di un sociale che rovina. Per me Marco e Stella sono entrambi vittime e non di quell’ambiente. Non ho intenzione né di contestare le droghe né di osannarle, la droga è solo un corollario, la vera dipendenza di cui parlo è quella dai rapporti tritacarne.

Allora io mi chiedo: perché uno finisce a desiderare la distruzione dell’altro o a farsi sfruttare ingannando se stesso? Allora io mi chiedo: qual è la molla che fa scattare questo meccanismo? Allora io mi chiedo se non ci sia qualcosa di comune nel mondo occidentale in cui viviamo che ci porti a preferire un mondo dietro il mondo, un mondo di illusioni e dipendenze.

Non ho una risposta a queste domande, forse non l’avrò mai ma vi invito a riflettere e a parlarne.

 

 

 

© Ilaria Palomba

2 Comments

  1. Come hai scritto sopra, non tutti frequentano gli ambienti da te descritti, ma ciò che conta nel tuo libro credo sia altro. Cambiano i modi, i personaggi e le ambientazioni, ma i temi forti dalla tragedia greca in poi sono sempre gli stessi: ci affascinano, sconvolgono, fanno riflettere, ed in una certa misura, ci rappresentano. Il mondo “occidentale” di oggi fluttua sul resto dei Paesi in via di sviluppo, è basato sulla menzogna, su un cinico perbenismo diffuso che fa commuovere per le stragi del sabato sera sulle nostre strade, ma chiude gli occhi, e la coscienza, davanti ai milioni di bambini denutriti che muoiono ogni giorno nella parte povera del mondo, quella parte che ci produce le scarpe di marca, e spesso la droga consumata da giovani e professionisti del “primo mondo”. Credo che tutti noi siamo in una certa misura sadici, masochisti, empatici. A me il tuo libro è piaciuto, per questi ultimi tre motivi.

    • Grazie Fabio,
      sono molto intense le tue considerazioni, mostrano una sensibilità fuori dal comune. Perchè è chiaro: per la maggiorparte della gente è ben difficile immaginarsi le sofferenze dell’altra parte del mondo, se una cosa non ci tocca in prima persona difficilmente prenderemo in considerazione il problema. Io sono forse più catastrofica di te, credo cioè che questo sguazzare nel benessere da parte dell’occidente non sia esattamente la realtà. Mi spiego, al di là del fatto che puoi girare tra i barboni di Parigi, Roma o New York e troverai le stesse condizioni di una certa fascia della popolazione indiana o africana. Ma c’è qualcosa in più: l’università di Calcutta per esempio si riempie di ottimi cervelli anche se poi giri l’angolo e c’è gente che si fa storpiare per avere quel centesimo di elemosina in più. Noi invece di scuole, università e quant’altro non ne possiamo più. C’è una totale disillusione e abbiamo tutte le ragioni per essere disillusi.  Chi ha vissuto in povertà e vede paventarsi la possibilità di un riscatto credo sia più portato a darsi da fare per raggiungerlo ma chi invece si è illuso di vivere in una società libera, benestante, democratica e invece si accorge che i punti di riferimento che credeva di avere saltano del tutto, probabilmente non avrà alcun desiderio di lottare per tornare alle illusioni che ha sconfitto e che tuttavia lo tenevano in vita. Il problema secondo me non è la droga, la violenza, la perdita di valore dell’esistenza, il problema è cosa ci ha portati a questo. C’è chi sostiene che la crisi non sia un fatto in sè negativo, che abbia a che fare con la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. In fondo prima di costruire qualcosa è necessario distruggere. Una generazione come la mia suppongo sia capitata in piena fase distruttiva e ci lasciamo cullare da questa distruzione, carpendone il carattere edonistico. Perchè avere un iPhone5 sembra essere ormai più importante che arrivare a fine mese con lo stipendio, passare un buon fine settimana appare più determinante rispetto a trovare un posto di lavoro stabile. Non si tratta di dare giudizi su quanto questa situazione sia positiva o negativa quanto di prenderne atto e agire di conseguenza. Io per esempio, forse ingenuamente, non so, ho rinunciato a mettermi in coda e aspirare al posto istituzionale o universitario che probabilmente mi vedrebbe assoggettata  a logiche alle quali non sento di appartenere. Io per esempio ho scelto di scrivere, per quanto oggi in Italia questo non sia un ruolo socialmente riconosciuto, io ho scelto di scrivere e sopravvivere, è ciò che voglio, ciò che mi salva dalla distruzione, e lo farò a costo di finire a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. 


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