Skip navigation

Image

(foto di Giorgia Mastropasqua)

 

Ci fu un periodo in cui fui felice, non è facile a dirsi ma una linea rossa può cambiare il corso degli eventi. Dopo il primo inter-rail decisi che avrei trascorso l’intero anno in attesa di quello successivo. Eravamo io, Scheggia e Ringhio. Pezzetti d’incondizionato lanciati nel mondo alla velocità dei bolidi da corsa. Il treno era la nostra casa e ovunque andassimo ciò che vedevamo erano stazioni, stazioni, stazioni su stazioni, palazzi, case, un paio di cattedrali, odore di hashish e oppio, un castello romanico, gotico o barocco e parchetti da tossici. I momenti più belli erano quando ci mettevamo a cucinare su fornelli elettrici, sbevacchiando pessimo vino, nel bel mezzo della Rambla e c’era Ringhio che tentava di abbordare le bamboline ispaniche tutto-dare offrendo loro pezzi di fusilli alla bolognese appena cucinati in strada come zingari. Una volta una ci stava pure e ce la portammo con noi in spiaggia. Scheggia mi amava, non faceva che flirtare con me e Ringhio si buttò sulla spagnolita. A un certo punto lei, infrangendo le traiettorie di un bieco determinismo misogino, si mise a provarci con me. Tu mui bela, diceva, e si metteva ad accarezzarmi i capelli. Tu vieni con me in hotel, diceva. Credo di aver davvero abbandonato i miei amici per seguire la spagnolita in un improbabile hotel scalcagnato di prostitute e cocainomani. Credo che Scheggia mi abbia assassinata ottantotto volte con gli occhi. Credo che abbia giocato quarantacinque volte con i dread prima di dire a Ringhio: andiamo a farci una stagnola. Credo che mi abbiano maledetta milleduecentosettanta volte prima di collassare dietro il parco di Gaudì. Fu bello stare tra le sue cosce, come una pantera. Fu bello sentire il tanfo dei miliardi di odori dei miliardi di sessi consumati su quel letto-divano di velluto rosso. Fu bello uscire dal palazzo a specchi e baciare le sue labbra lampone sapendo di non doverla rivedere mai più. Fu bello quasi quanto lo svenimento improvviso sul sedile della metro che mi fece ritrovare assalita da avvoltoi e grondante sudore verde, con l’idea che sarei diventata pappina per fruitori sgangherati di ospizi dell’ultima spiaggia. fu bello svegliarmi con dieci mani addosso. Fu bello non ritrovare i miei amici sulla Rambla. Fu bello cercare un albergo per dormire e non trovare nulla nel raggio di cinque chilometri di camminata con zaino sparapesi e paranoie. Fu bello spendere gli ultimi risparmi per una guida di ostelli barcellonesi e arrivare in piena notte in piena campagna in un posto dove l’unico rumore che si sentiva era quello dei grilli. La mia coscienza?

Il brutto non arrivò quando dovetti salire s’un sentiero di montagna completamente sola con i rumori dei grilli e le grida silenziose del vento. Non arrivò neanche quando incontrai due ebrei, di quelli con barbetta e cappellino, proprio come nelle foto delle guide turistiche ebraiche, chiesi loro la strada per l’ostello e mi risposero che stavano cercando la stessa cosa senza tuttavia aspettarmi lungo il sentiero. Non arrivò neanche quando, nuovamente sola, non ressi il peso spaccaschiena dello zaino interreiloso e capitolai con tutto lo zaino giù per il sentiero. Non arrivò neanche quando riprendendo la strada ebbi un bruciaingorgo di stomaco e vomitai bile al vino rosso. E non arrivò neanche quando avendo finalmente raggiunto l’ostello mi misero in una camerata da ventiquattro letti, che manco al militare, e mi dissero che non potevo pagare col postepay ma potevo pagare domani, lasciando un documento, e tornando a Barcellona per prelevare. No, non è questa la parte spiacevole della storia ma quella in cui dormo: finalmente mi addormento nel mio letto al quarto piano di un enorme letto a stracastello, dormo felice e beata e all’improvviso qualcuno bussa alla porta. Ed è Scheggia tutto preso male, dice che mi hanno cercata tutta la notte. Che razza di fine hai fatto, Fiamma, ma sei impazzita, non si possono fare viaggi con te, come cazzo ti salta in mente di sparire così senza avvisare nessuno. E mi butta giù dal letto. Andiamo, dice. Non possiamo andare, dico, devo pagare. Ma Scheggia ha già pagato o almeno è quello che dice e mi sembra sia vero dal momento che è un raro caso, questo, in cui nessuno ci corre dietro per furti o altre piccole stracazzate. Mi girava la testa tanto che sembrava che la stagnola fossi stata io a farmela, forse nel mondo in cui ero entrata senza saperlo funzionava così: due si drogano e il terzo ha gli effetti. Il brutto arrivò quando svenni un’altra volta sul sentiero del ritorno e mi svegliai all’alba e mi trovai la faccia rossa lentigginosa di Scheggia davanti. Il brutto fu quando mi guardò come un medico che vuole avvisare il consorte di un paziente con metastasi interne che il paziente non ce la farà. Il brutto fu quando mi chiese: ma ti sono venute le mestruazioni questo mese? Per un attimo vidi l’alba come una sfera incandescente che schiaccia la placenta delle ovvietà. No, dissi, perché? Scheggia si mise a giocherellare con i dread sempre più nervosamente, fece circa ventottomila giri di dread tra le dita e poi eruppe così: andiamo in farmacia.

Aspettammo dalle sei alle nove davanti alla saracinesca di una farmacia, Scheggia si addormentò sulla mia spalla e potei aspirare tutta la fragranza di un mese in giro per l’Europa senza lavarci, lui, perché almeno io in ostello una doccia me l’ero fatta. Ora il problema non furono le cose che disse Ringhio o quella brutta, brutta, allucinatoria, esperienza narcotica a gambe aperte sotto i ferri, con cinquanta dosi di anestesia perché non mi pigliava e i medici che dicono parole che mai e poi mai avrei potuto comprendere. Il brutto non furono i dolori dei giorni seguenti, né la fine della mia storia d’amore con Scheggia. Non furono neanche le brutte parole che mi disse Ringhio vedendo arrivare me e Scheggia dopo l’operazione, con lui che mi portava lo zaino. Viziataapprofittatricefigliadipapà, disse. Il brutto fu entrare in quel cesso pubblico con quel pezzetto di verità bianco in mano mentre Scheggia e Ringhio aspettavano fuori dalla porta come le lancette di orologio a coucou. Il brutto fu farsi venire da pisciare con l’adrenalina a palla e i pensieri che volgono alle più alte sfere della metafisica per non rendersi conto di quanto stesse accadendo. Il brutto fu quando quella pisciata arrivò e quella lineetta diventò rossa. Il brutto fu guardarsi allo specchio e ammettere che quella fosse la fine della mia adolescenza. E come diceva qualcuno: del doman non v’è certezza.

 

 

 

© Ilaria Palomba

One Comment

  1. hello!,I really like your writing so a lot! share we keep up a correspondence more approximately your post on AOL? I need an expert in this house to solve my problem. May be that’s you! Looking forward to look you.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: