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(foto di Vittoria Santamaria)

 

Prima di guardare in faccia mio padre morto mi sparo una botta di anfe, quantomeno ora non avrà nulla da ridire.

La parola del giorno è: paranoia.

Mani in tasca, bustina ruvida, odore di varechina.

Respiro. Respiro. Citofono.

Mamma, come stai? Ricordavo una certa somiglianza tra te e un bulldog ma non immaginavo avessi imparato anche ad abbaiare, perché è questo il verso che fai vedendomi.

Quando entro c’è un odore pesante, e non è l’anfetamina che ho nel naso, è una specie di odore acre mitigato da vaniglia, tipo l’insieme di tutti i sudori coperti da profumi.

Mio padre, stecchito, al centro della stanza, con gli occhi chiusi, è la stessa persona che mi prendeva a sberle quando tornavo a casa all’alba, lo stesso che mi sbatteva la testa contro la scrivania quando non finivo i compiti, lo stesso che mi prendeva a calci in culo quando mi sgamava i messaggi lesbo sul cellulare.

Mio padre, se potesse vedermi, ora, da morto, mi direbbe che sono vestita come una zoccola e che il teschio sulla spalla destra potevo coprirlo, almeno nel giorno del suo funerale.

– Perché sei venuta qui? – abbaia lei.

Carino da parte tua, mamma, non desiderare la mia presenza neanche oggi, dopo quattro anni di silenzio. Ho l’impulso fortissimo di andarmene, di dirti: hai ragione, non c’entro un cazzo io con voi, di indietreggiare e farti rimbombare nelle orecchie la parola: addio. Però non lo faccio. Resto qui sull’uscio della porta del soggiorno, a reggere il tuo sguardo che è un lanciafiamme carico, con il mio, che è un bambola assassina post-punk .

Dentro ci sono tutti quei volti che a guardarli c’è da spararsi un colpo dritto in faccia. La zia Gloria, bionda, grassa, con quella collana di perle che sembra l’addobbo per un maiale gonfiato e servito a tavola. C’è lo zio Mario che finge di leggere quando lo sappiamo tutti che non ci vede una minchia neanche con gli occhiali, tira su col naso e tutti dicono sia raffreddore, ma lo sappiamo tutti che tira cocaina come un dannato, la differenza tra me e lui è che lui ha i soldi per farlo senza che nessuno dica nulla, io no. E poi, to’, c’è mio fratello Aldo. Aldo che mi guarda come se avesse visto la madonna, il che mi sembra plausibile dal momento che due anni fa dopo essere stato lasciato dall’ennesimo partner che faceva passare per donna (senza averla mai presentata a nessuno, ovviamente), ha avuto una crisi mistica ed è diventato evangelista.

La parola del giorno è: disgusto.

– Come va? – dico.

Sono tutti vestiti di nero, mia zia e mia madre, da brave prefiche, si sono messe anche un velo nero a fiori sulla testa, l’idea che vogliono dare è quella del pianto esasperato e non dello sciacallaggio dell’eredità. Passo accanto a mio padre morto, le mie mani toccano il velo, ruvido, puntiforme, passo la mano sul tavolo di legno liscio, tocco ogni cosa, i bicchieri smerlati, i ricami ruvidi a otto della tovaglia, il cesto della frutta, le bottiglie fredde di alcolici. Tutti mi seguono con gli occhi come se avessi una cinta di dinamite. Mi verso una vodka e poi la sollevo in alto.

– All’eredità! – sparo a gran voce – Che incassi il migliore!

La parola del giorno è: verità.

La zia Gloria sgrana gli occhi come una vecchia scrofa, fa per alzarsi dalla poltrona producendo uno stridio insopportabile. Mentre sorseggio la mia vodka passo l’altra mano sul tavolo e poi sul velo.

Mia madre comincia a singhiozzare, perfetto, ora da bulldog è passata allo stato di bulldog agonizzante. La zia Gloria si alza e viene verso di me. Per un attimo il brusio cessa. Tutti mi guardano. (…continua su “O”)

 

 

 

© Ilaria Palomba

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