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(foto di Luigi Annibaldi)

 

Vai lì tutta convinta di scrivere il racconto del secolo, tanto ormai tiri fuori un racconto al giorno senza tanti sforzi e nessuno ti può più dire niente sulla tua scrittura, sulla conformità o meno alle regole drammaturgiche e sul tuo stile.

Invece noti che già il primo giorno di lezione c’è chi tira fuori idee parecchio originali, parecchio più originali delle tue. C’è chi va a leggere ed è subito accolto, dai prof e dagli altri scrittori, con entusiasmo. C’è chi ha già un incipit che sta in piedi.

Tu invece, che vieni presentata come l’autrice dell’anno: il tuo romanzo, Fatti male, è in libreria e stai per concludere un contratto anche all’estero, non riesci a cavare un ragno dal buco, l’idea iniziale ti sembra ridicola rispetto a quelle proposte dagli altri e mentre a casa avresti buttato giù qualcosa di decente in cinque minuti, qui ti senti bloccata, proprio non hai voglia di metterti in gioco, tutti ti guardano e chiacchierano, chissà cosa si aspettano, oppure parlano male di te: invidiosi.

Il secondo giorno un paio di persone leggono racconti che ti sembrano perfetti e ti vien voglia di ritirarti in camera e spararti duecento antidepressivi.

Il terzo giorno, quando vai a leggere la roba che ti è saltata in mente, non sei affatto sicura di ciò che hai scritto, ti trema la voce e ti si blocca il respiro in gola. Guardi i prof come se fossero un plotone di esecuzione. Loro ti danno dei consigli su come migliorare il racconto e quasi li ringrazi per non averti distrutta pubblicamente. Qualcuno dei tuoi colleghi si mette a ciancicare cose su come dovrebbe essere o meno la tua protagonista e su come dovrebbero reagire o meno gli altri personaggi, sull’età che dovrebbero avere e sulla verosimiglianza dei loro rapporti di parentela.

E no, ora basta, non lo dici ma lo pensi: ora te ne vai, torni a scrivere ciò che vuoi senza nessuno che ti giudichi o si intrometta nel rapporto tra te e i tuoi personaggi. Cosa ci sono venuta a fare qui, dici a te stessa: non mi è bastato due anni fa, la mia prima full immersion? Quell’anno hai pianto tutta la settimana, non hai parlato con nessuno e hai tirato fuori il racconto più crudele della full. Poi in un anno, frequentando tutti i possibili corsi omerici di narrativa, hai buttato giù una trentina di racconti e un romanzo e te l’hanno pure pubblicato. Avresti dovuto fermarti lì, lasciare di te quest’immagine e sparire. Invece no, sei qui, da grande autrice dei miei coglioni a ultima delle capre, perché, diciamocelo, di fronte a una full immersion siamo tutti ugualmente al punto di partenza e non esistono vantaggi. (… continua su Rivista “O”)

 

 

 

© Ilaria Palomba

One Comment

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