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(foto di Luigi Annibaldi)

 

Io volevo solo consegnare un libro alla Rai e invece mi sono trovata coinvolta in una situazione postnucleare.

Il tutto è cominciato alle otto e mezzo di mattina quando, con la forma del cuscino stampata sulla guancia sinistra, giungo alla fermata Colombo-Accademia degli Agiati. Attendo l’arrivo del 30 insieme a delle adorabili vecchiette. I primi dieci minuti trascorrono senza troppi problemi: il sole splende alto sulle nostre teste illuminandole di giallo o bianco, a seconda dei casi. Dopo i primi dieci minuti ci si inizia a guardare intorno, partono i primi sospiri, le prime perplessità non dichiarate, i primi sguardi seccati. Dopo venti muniti il sole non è già più un buon compagno, il sudore inizia a farti venire l’orticaria sotto le ascelle e le vecchiette cominciano ad aumentare. Passa il primo autobus e si accende negli astanti una speranza silenziosa che si manifesta in un ripetuto trattenere il fiato e chiedere qui e là: che numero è? È il 30? È il 714? Le vecchiette ringalluzziscono e te le vedi che quasi corrono verso l’autobus per accertarsi della sua giustezza. Purtroppo però non è il 30. È il primo di una lunga serie di 714 che passano a intermittenza e, si sa, l’autobus che passa e quello su cui devi salire non sono mai lo stesso.

Qualcuno inizia a domandare se c’è sciopero dei mezzi, qualcun altro risponde che no, non c’è nessuno sciopero, siamo solo a Roma nel mese di Luglio e per di più hanno anche aumentato il prezzo dei biglietti.

Già inizio a prefigurarmi quella che può essere la folla presente e sudante sull’atteso 30. In effetti appena arriva più che un autobus sembra una scatola di sardine compresse, il guaio è che tra quelle sardine da un momento all’altro ci sono anch’io…

(Continua… sulla Rivista “O”)

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

One Comment

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