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Non voglio illudermi di un amore che muore, come il femminile, muore lentamente come poesie che nessuno osa più pronunciare. Ci inchiodiamo ai gesti, ai sotterfugi, alle risate dissonanti. A ciò che non ci appartiene. Tutto il regno è allagato, Ofelia muore, come l’amore, nuovo tabù dell’occidente. Si vive di marketing oggi, comunicazione, autovalorizzazione. Ma dov’è l’amore? Dov’è la vita? Dov’è l’arte?
Ofelia muore guardando una stella. Ciò che dovrebbe guidarci verso il sapere ha cambiato posto. Amleto ha paura, la paura dei mostri dell’infanzia. Amleto si prostra ai piedi di una madre che ha ormai ingoiato il suo amore come il dio Kronos fagocitò i suoi figli dando vita all’inganno chiamato tempo, del quale tutti soffriamo.
Cerco una bellezza impossibile, un ricordo evanescente, cerco al Cineteatro uno squarcio di verità, cerco tra gli occhi di Antonio, Caterina, Tessa, Francesco, Massimiliano, una forma d’amore che il mondo mi nega ogni giorno.
È ancora possibile la rivoluzione? Quale rivoluzione?
Ci legano braccia e piedi, c’incatenano a un’obsolescenza che nessuno ha chiesto. C’inchiodano a una morte maledettamente piacevole e insidiosa che di notte in notte fa visita ai nostri sogni. Ma il regno è allagato e Ofelia muore.
La rivoluzione è ammettere di avere paura, la rivoluzione è il coraggio di guardare in faccia la realtà. La rivoluzione è la trasfigurazione che questi artisti ci fanno vivere, fin dentro al corpo.
Anch’io ho paura di perdere la strada o di non averne mai seguito una, anch’io ho paura di bruciare nel rimpianto, di smettere di desiderare, appiattirmi a una verità precostituita, smettere di scrivere, piegarmi ai gioghi del potere, lasciarmi schiacciare da nomi e classifiche. Anch’io ho paura, tremo.
E mi sveglio poco per volta, come voleva Aristotele, una catarsi giunge fino al fondo del mio corpo per salvarmi dall’abbandono.
Si tratta di una Performazione, sullo stesso tema di quella precedentemente recensita ma dagli effetti completamente diversi.
Non sono brava a fare cronache ma questo è il mio vissuto, le mie lacrime, la mia pancia. Lo lascio qui, prima che venga cancellato dall’obsolescenza del vivere. Prima che arrivino nomi, date e classifiche a portarmi via dall’incanto nel quale ancora sono.

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