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Ero immersa in un lavoro mentre il mio corpo andava in frantumi. Stavo scrivendo Terrafelice, di cui conservo ancora le prime e uniche 60 pagine. Il punto è che stavo male, ora, chi l’ha detto che per scrivere devi per forza stare male? Ok, a volte la sofferenza aiuta, è vero ma quando prende il sopravvento non si riesce a creare nulla perché si chiudono quelli che io chiamo pori percettivi. Non per altro mentre tentavo di scrivere Terrafelice, nel giro di tre mesi mi sono tolta un dente del giudizio e l’appendice. A volte il corpo ci parla e se non parla grida e se non grida ti prende a cazzotti. Io e il mio corpo litighiamo spesso, lui è lì ma non in mio nome, lui fa cose che non condivido.

Ho vaghi ricordi del periodo in cui scrivevo quella storia intricata, più che altro non saprei dire quali di questi ricordi siano reali e quali no. Ricordo di essere andata in un consultorio di San Giovanni, ricordo l’odore di pareti stinte, ricordo una psicologa mora dai capelli corti. La verità è che ci sono andata solo per  trarre ispirazione: la mia Iris doveva essere internata in questa clinica con metodi di cura apparentemente straordinari, innovativi, in realtà nazisti, avevo bisogno di incontrare una psicologa cattiva.

Di volta in volta andavo al consultorio, aspettavo in una sala d’attesa verde piena di tavolini con Io Donna e altre riviste del genere, alle pareti poster tipo Esplorando il corpo umano e slogan del tipo: La prevenzione prima di tutto. Andavo lì e leggevo Come dio comanda di Niccolò Ammaniti mentre aspettavo che si liberasse la stanza. Poi entravo e c’era questa signora sui cinquanta, con un viso da professoressa di scuole medie, gli occhialetti, la faccia un po’ seccata, della serie: fammi sentire che caspita vuole quest’altra esaurita. E c’ero io che non volevo raccontare i cazzi miei e inventavo storie, del tipo: sono venuta a Roma per sfuggire a una catastrofe, oppure i miei genitori sono alcolizzati. Ma lei ogni volta voleva scavarmi dentro e finiva che dicevo la quasi-verità.

–          Sì, ma tu cosa vuoi?

–          Voglio scrivere

–          Quindi sei qui per studiare?

E io abbassavo lo sguardo e cercavo risposte nelle fotografie di margherite affisse alle pareti e immaginavo che quelle margherite possedessero un volto, un paio di occhi e una bocca che si apriva e diceva: fuggi!

–          Sì, sto scrivendo un romanzo.

Non mi ha mai domandato di cosa parlasse, non ha dato la minima importanza a questa storia della scrittura. Diceva: ho pazienti più gravi di te e qui dobbiamo parlare di cose serie. Diceva: devo sapere cosa vuoi, cosa ti fa soffrire, altrimenti non posso aiutarti. Diceva: dove abiti? Cosa fai per mantenerti? Che rapporto hai con gli altri?

Faceva tante di quelle domande che le storie che volevo raccontare si bloccavano nell’esofago. Iniziavo a trovare più affinità con l’unghia mangiata del mio pollice che con la faccia di questa tizia. Mi veniva una gran voglia di alzarle le mani, sputarle in faccia, buttare per terra tutte quelle cartacce con cui stava macchinando dietro la scrivania.

E per quanto fosse cinica e indifferente non riuscivo a riconoscere in lei la psicologa di Terrafelice, non possedeva la crudeltà necessaria, il sadismo scientifico-gnoseologico che mi sarebbe servito per creare quel personaggio. Stare lì era diventato del tutto inutile, così un giorno, di punto in bianco non ci andai più.

Nel mese di Marzo mi prese un attacco di appendicite, non so cosa abbia a che fare con la psicologa ma, certe discipline orientali mi hanno insegnato che il corpo è un sentore dell’anima e quando inizia a ribellarsi il corpo, be’ allora vuol dire che c’è qualcosa che non sta funzionando anche nella nostra fottuta psiche.

Sono stata ricoverata tre giorni in una clinica di Bari, il chirurgo mi aveva promesso che sarei tornata a Roma subito dopo l’operazione. Invece a Bari ci sono rimasta una settimana per accertamenti e controlli vari, e durante questa settimana, fregandomene della cicatrice fresca laparoscopica nel buco dell’ombelico, sono andata a ballare in un luogo che apparteneva al mio passato, ho rivisto un po’ di gente marcia, e tra quella gente, una ragazza di diciannove anni bionda, con gli occhi incazzati, un gruppo di stronzetti che le puntavano gli occhi addosso e la prendevano per il culo.

Avevo mal di pancia e non riuscivo a ballare, me ne stavo in disparte a spiare il mondo. Altro che consultorio… quale manicomio più vero della vita?

Una volta a Roma ho preso quella gente, ne ho stravolto propositi e personalità e l’ho sbattuta su Fatti male. Dopo neanche un anno Fatti male è in libreria.

Quando sono depressa esco di casa e cammino per Roma, Monti, San Giovanni, San Lorenzo, Garbatella, Tor Pignattara, Prenestina, cerco gente viva, posti in cui ci si siede per terra, gradinate, muri scalcagnati, casolari abbandonati e dj, altro che consultorio!

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