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C’è troppa tristezza nel mondo per lasciarsene inghiottire, per questo, al contrario, ho sempre cercato la gioia pura, impalpabile, fatta di sguardi e voci, la gioia che si perde nello sciabordio delle onde. Ciò di cui mi rammarico è di non essere all’altezza di tale gioia. Due anni fa sono partita per Roma con uno zaino, io stessa non sapevo cos’avrei fatto per campare, sapevo solo di voler scrivere e null’altro. Se sono fuggita è stato perché ciò che mi procurava gioia in passato cominciava a non procurarmene più. Qualcuno la definisce crescita, io mi sentivo uno schifo. Non sapevo nulla, non conoscevo nessuno, non volevo conoscere nessuno. Non ero ancora entrata nel trip del successo, forse per questo riuscivo a scrivere pagine e pagine senza problemi: non mi curavo dell’effetto che potessero sortire. Scrivevo perché volevo creare mondi. La mia gioia risiedeva in un foglio bianco, un personaggio che a poco a poco emergeva, distraendomi da me stessa. Non ero depressa, solo diversamente felice. Ero felice nella solitudine, nella misantropia, nella fragilità degli abbandoni.
Il primo giorno a Roma l’ho trascorso in casa, avevo un piccolo monolocale a San Giovanni, una casa che era appartenuta a mio padre, ci aveva vissuto, studiato, fatto il rivoluzionario con i suoi compagni del ’77, bevuto vino, portato a letto donne. Poi s’era tediato, non so se di Roma, dei compagni o semplicemente di se stesso, aveva conosciuto mia madre ed era scappato in Puglia, la casa di San Giovanni l’aveva messa in affitto. E ora io percorrevo il sentiero opposto: fuggivo dalla Puglia, dall’adolescenza, da rapporti tirannici, da una me stessa che conoscevo a menadito. Fuggivo dalle mie certezze, da romanzi non finiti, da rave infiniti, da desideri masochisti, da poetucoli invidiosi e piccolo borghesi, dai miei genitori.
Sono entrata in quella casa per la prima volta e mi è sembrata un bugigattolo. Attraversavi il cancello, salivi tre gradini, guardavi tra le inferriate gli appartamenti sotterranei, sentivi il brusio di perfetti sconosciuti, molti dei quali stranieri. Il portone di vetro dai contorni neri dava l’idea di un posto poco curato, entravi e c’era una telecamera. Sulla sinistra una porta a righe in legno, infilavi la chiave nella toppa, ne sorbivi il rumore ed entravi. Penombra. Anticamera. Stretto. Ebbi un senso di claustrofobia, m’inoltrai nell’unica stanza della casa, che sarebbe stata per un anno la mia camera da letto, la mia sala da pranzo e il mio soggiorno, alzai la serranda della grande finestra rettangolare, aprii i vetri. C’era tutta quella luce, un getto inondò l’intera casa, non era poi così difficile viste le dimensioni. Cominciai a comprare mobili indiani, stampe surrealiste. Il luogo prese vita. I primi giorni a Roma li trascorsi in casa, a leggere, leggere, leggere, Murakami, Dostoevskij, Palahniuk, Virginia Woolf. Avevo un sacco di gente a cui telefonare, amici pugliesi trasferiti a Roma, parenti, amici d’infanzia romani, eppure me ne stavo da sola. Mi mossi di casa allo scadere della prima settimana, per cercare lavoro.
Fino a un mese prima avrei fatto carte false per vivere la mondanità romana, spulciavo eventi su internet, segnavo sul calendario date di serate techno, mostre fotografiche, cineforum, teatri. Da Bari progettavo nottate a zonzo con sconosciuti, incontri surreali, diversi amanti, tra donne e uomini conosciuti per caso magari in un vicolo di Trastevere o a una fermata del tram. Poi, una volta lì, lontana dai miei, dagli amici di sempre, dai ricordi, tutto si trasformò in una bolla di nebbia. Vivevo in modo ovattato, cucinavo lo stretto indispensabile alla sopravvivenza, un piatto di riso in bianco, un uovo sbattuto. Fumavo una sigaretta dopo l’altra e vivevo in un cumulo di libri, con il computer sempre acceso ma senza mai andare su internet. Ogni tanto spiavo le vite degli altri attraverso la finestra. Ero felice quando, costretta a muovermi per andare al lavoro o al corso di narrativa, dovendo attraversare Roma in bus, mi sfrecciava dinnanzi uno scorcio del Colosseo attraversato dalla luce rossastra del tramonto e quasi per la prima volta mi rendevo conto di aver davvero cambiato città, di essere altrove.
Era un altrove, quello che mi ero costruita dentro, un altrove sconfinato in cui tutto si allontanava. Vivevo in un viaggio onirico che mischiava sogni, frammenti di vita, aforismi d’autore, spezzoni di film. Con tale stato d’animo iniziai a scrivere una cosa mai finita.
Non è durato in eterno. Un giorno di Ottobre un tale conosciuto l’estate precedente mi chiese di uscire. Non vedevo in modo chiaro, tutto in me era lontano e confuso. Non vedevo nulla e non volevo vedere. La ragazza spigliata e fuori di testa che avevo sempre scorto davanti allo specchio mi aveva abbandonata, lasciando il posto a un’estranea, misantropa, silenziosa e insicura. Tutta l’ebrezza maudit di una volta si era tramutata in una ricerca sotterranea, un mondo onirico di voci, odori e colori mischiati in paradisi artificiali. Fortuna volle che quel pomeriggio decisi di uscire con quel tale che non riuscivo a vedere. Andammo a Piazza del Popolo e sedemmo in un costoso caffè dalle poltrone bianche. A poco a poco i tratti si schiarirono: riuscii a distinguerne l’incarnato diafano, i tratti del volto, gli occhi grandi, buoni e feroci, di lupo. Persino l’odore della sua pelle mi giunse alle narici, era miasma di tiglio, mi fece venir voglia di mordergli il collo. E mentre bevevamo caffè, e un vecchio violinista in stracci suonava musica melanconica davanti alla scalinata di Piazza del Popolo, mi accorsi che quel tale che sorseggiava caffè sedutomi di fronte, fosse la prima persona a suscitare in me una pulsione vitale, il desiderio di essere nel mondo. Lui mi faceva domande e io parlavo, parlavo di un improbabile romanzo che avrei voluto scrivere, parlavo del fatto che avessi un disturbo di personalità e turbe relazionali, di quanto mi sentissi diversa, parlavo di Bari e storie di merda, rapporti malsani e feste infinite, ferite profonde. Parlavo di casa di mio padre, di come fosse assurdo vivere lì adesso. Di come a volte ripensassi a Bari, alle storie di merda, ai rapporti malsani, di come tutto mi mancasse, di come mai e poi mai sarei stata a mio agio tra la gente sana. E mentre parlavo lui mi fissava, attento, come se volesse sbranarmi. A un certo punto indicò il mio collare borchiato.
Ma dov’è che l’hai comprato, quello?
Sfiorai le borchie fredde, metalliche, e fu come sentirmi per la prima volta, come se esistessi per la prima volta.
È una lunga storia, ma se vuoi qui dietro c’è un negozio che li vende.
Andiamoci subito.
Mi pagò il caffè e andammo via insieme. Da quel pomeriggio ripresi a vivere.
Dopo qualche mese compresi che la storia che stavo scrivendo non fosse quella giusta e iniziai a scrivere Fatti male. Se non fosse stato per Lupo non l’avrei mai scritto.

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