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Ero prossima al suicidio. Davvero, mi sarei fatta fuori, le modalità non saprei riferirle con esattezza ma tutto convergeva in quella direzione. Voi cosa fareste se, tornando alle dieci di mattina la domenica a casa, con la capigliatura adatta a un film sugli zombie e gli occhi simili a pezzi di ricambio per automobili guaste, lo stomaco stretto come un tubicino delle flebo e la gola secca che tutto ciò che vorreste fare è bere un litro d’acqua, fumare una sigaretta e sfogare le paranoie su di un foglio con parole meta esistenziali, scopriste uno dei vostri genitori che traccheggia con il vostro personale computer, e l’altro che cerca di pulire la stanza ma solo per trovare una scusa per guardarvi negli occhi e rinfacciarvi tutto ciò che avete o peggio che non avete fatto?
C’era odore di caffè bevuto con rabbia. I quadri impressionisti alle pareti ripercorrevano il naufragio del mio corpo, il mio corpo era un cumulo di pelle accatastata, pelle che non vuole morire in alcun modo. Avevo cominciato a scrivere un romanzo, lo scrivevo alle dieci della domenica mattina, su fogli di carta, alcuni poi li gettavo, altri li trascrivevo al computer, quando lo trovavo libero. La condizione per scriverlo era non pensare. Fluttuare. Tutto ciò che mi passava per le viscere finiva sul foglio, senza interazioni razionali. Pensavo che per non temermi dovessi superarmi, il non pensiero mi superava. Alle otto di mattina, alle nove di mattina, alle dieci di mattina, alle due di notte, in casa, muscoli indolenziti da nottate di danze estreme, testa intorpidita da paranoie suburbane, musica techno, Prodigy o Ellen Allien, Apparat, Massive Attack, qualsiasi cosa mi distraesse da me stessa. A volte scrivevo in viaggio, sul treno, altre volte al mare, con la salsedine nelle narici e tanto cristallo puro negli occhi. Sarebbe stato un successo, una cosa da brivido, sapevo che quella fosse la storia giusta.
Una mattina misi insieme tutti questi pezzi disgregati che avevo scritto, li rilessi. Uno dei miei genitori, di cui non preciserò nome né sesso, mi spiava in silenzio. Sorrideva mentre io leggevo ad alta voce, sorrideva con gli occhi. Avevo L’insostenibile leggerezza dell’essere aperto sul tavolino del computer e Il lupo della steppa sul davanzale della finestra. Era gennaio, il freddo scalfiva le ossa. La stanza del computer era un cumulo di libri, sopra di me il quadro di Karl Marx che mi guardava come se volesse darmi della blasfema. Allora il genitore entrò in studio e guardandomi con un cenno di compassione, quasi pena, nei tratti del viso, disse:
– Soffrirai.
Per un istante il battito cardiaco s’arrestò. Mi domandai se fosse reale o se l’avessi solo immaginato o sognato, il che faceva molto Paura e delirio a Las Vegas. Lo osservai storcendo il labbro inferiore, tipo cartone animato giapponese. Non ebbi il coraggio di dire una parola ma in cuor mio brulicavo di curiosità: aveva ascoltato? Cosa aveva ascoltato? Spero non le scene di sesso violento… gli era piaciuto? L’aveva trovato una merda?
– Sei brava, – disse – per ciò so già che ti metterai in un bel guaio, t’illuderai di fare strada con questa roba e soffrirai come una pazza, buono a sapersi, non cercarmi per piangere sulla mia spalla quando invierai questa roba alle case editrici senza ricevere risposta.
Io zitta, fingendo di non essere interessata.
– L’ho scritto per gioco – dicevo.
Dentro il petto bruciavo, qualcosa si spezzava, avvertivo un rumore di vetri infranti che capitolavano giù per delle scale che non c’erano. Osservai gli anfibi per accertarmi di non aver schiacciato nulla. Non avevo schiacciato nulla.
– Bene, allora, ascoltami, lascia perdere questo gioco, ascoltami, smettila di fare nottate, viaggi e cazzate, mettiti a studiare, diventa ordinaria di Filosofia e poi, dopo, mettiti a scrivere romanzi, non fare cazzate, senti a me.
In pratica il primo romanzo l’avrei pubblicato a sessant’anni, sempre se non fossi diventata una di quelle vecchie prof impegnate nell’attività di distruzione dell’altrui bellezza e genuinità a causa della famosa malattia che colpisce le donne dopo i quaranta, altrimenti detta invidia dell’utero funzionante. No. Io non avrei mai fatto anni e anni di lecchinaggi (in tutti i sensi) a improbabili prof grassi e vecchi, per tentare una carriera che poi magari non avrei raggiunto e dunque per poi finire, frustrata e sconsolata, in una scuola secondaria (come le chiamano ora) a seviziare ragazzini, per rifarmi delle ingiustizie dell’esistenza. No, dissi a me stessa, io non propagherò la catena di questo infausto dolore. Io spaccherò il mondo, con le buone o con le cattive.
Naturalmente non lo dissi in quel momento, annuii, mollai il computer, uscii e telefonai a un mio amico farmacista che vendeva pillole della felicità.
Feci leggere quanto scritto a quattro persone, tutte e quattro dissero che era roba forte. Dopo due giorni inviai il romanzo a tre case editrici. L’unica che ebbe la benevolenza di rispondermi, di cui non faccio nome, scrisse testuali parole: il suo romanzo è troppo avanti per noi, una scrittura troppo sperimentale rischia di fagocitare la trama al punto da ridurla a un nonsense.
Una di quelle domeniche mattina, tornai a casa dopo una brutta nottata, di guerre di sguardi e stati ansiolisergici, rizomi monocorde, psicosi dell’alchimia smarrita. Tornai a casa e decisi che mi sarei tagliata le vene. L’avrei fatto davanti al computer. Sulla mia lapide avrebbero scritto: Santa Ilaria Martire del postmoderno, dei rave party, della scrittura psicoattiva, dei blog metatechnoanalogici, e dei Social Network a interazione multipla.
Utilizzai un coltello da cucina e mi produssi tre tagli orizzontali sul braccio sinistro, il sangue cominciò a zampillare ma il dolore tardava a farsi sentire, pensai che colpendo la pelle, il dolore dell’anima si trasformasse in sangue, senza sporcare gli occhi di lacrime né il mondo di stronzate. Quel giorno il prudente genitore che mi mise in guardia sul potere tanatico della scrittura, non c’era. Quel giorno non c’era nessuno. Le attenzioni degli amici, quando ne hai bisogno, a tutti son rivolte meno che a te. La vista si annebbiava, l’odore di rame inondava la stanza, nelle orecchie avevo come una musica barocca e sulla pelle il formicolare di piume di gabbiano. Prima di esalare l’ultimo respiro, digitai sul computer, con la mano non inondata di sangue, la parola scrittura. Ciò che colpii i miei occhi fu il nome di una scuola di scrittura creativa, non avevo mai creduto nelle scuole di scrittura, le trovavo una cosa stupida, inutile, molto borghese. Ma in quel momento, quel nome, mi salvò la vita. All’improvviso mi accorsi che quello che avevo sulle braccia non fosse altro che un misero taglietto, che quella musica che credevo fosse il richiamo dell’aldilà in realtà provenisse dall’appartamento accanto, che il formicolio sulle braccia fosse dovuto all’allergia e che dovevo sbrigarmi a fare la valigia e partire per Roma, prima che fosse troppo tardi.
Corsi a disinfettarmi, preparai lo zaino e scappai di casa.
Il romanzo che avevo scritto lo accantonai ma conservai la trama e, allora, mai avrei immaginato che quella trama si trasformasse in Fatti male. Ma questa è un’altra storia.

http://www.youtube.com/watch?v=Ogg3uEkoKwQ

 

 

 

© Ilaria Palomba (racconto e foto)

One Comment

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