Skip navigation

 Image

Mentre scrivevo Fatti male la odiavo, la odiavo perché faceva di testa sua. Avrei voluto dirle di smetterla, il suo atteggiamento era irritante. Avrei voluto obbligarla a lasciar perdere Marco.

Ero seduta a un tavolo della biblioteca di San Luigi dei francesi, ero andata lì per studiare grammatica francese ma avevo con me anche il computer. Lo stomaco brontolava e avrei messo volentieri qualcosa sotto i denti, sarei andata a Piazza Navona, mi sarei seduta ai bordi della fontana del Bernini e avrei guardato i pittori sgranocchiando un trancio di pizza. Però ero lì dovevo studiare, avrei acceso il computer giusto un attimo, per appuntare un’idea e poi avrei cominciato a studiare,  me l’ero promesso, dovevo tenere il culo incollato alla sedia.

Quindi accesi il computer, sentivo passi di persone che entravano e uscivano dalla biblioteca, voci di donne in francese e in italiano. Per aiutarmi a trovare la concentrazione presi la USB dallo zaino e m’infilai un paio di cuffie. Nei timpani le note di People are strange dei Doors.

Non staccai la testa dallo schermo, cominciai ad appuntare l’idea e prima che potessi separarmene lei mi travolse. Stella mi trascinava in luoghi e situazioni che avrei volentieri evitato. Io sapevo tutto di Marco, sapevo fino a che punto potesse essere bastardo, ma lei non voleva ascoltarmi. Non facevo nulla, li guardavo agire e scrivevo. A tratti piangevo ma quando io piangevo lei tirava fuori una delle sue frasi ciniche oppure si metteva lì a fissarmi con quel fare strafottente da diciannovenne drogata, incrociava le braccia e sussurrava: patetica.

Mi sforzavo di mettere le parole una dietro l’altra come piccoli passi attraverso i quali cercavo di allontanarla da lui. Marco mi guardava di traverso dall’interno del monitor, sghignazzava, lo sguardo gelido, le mani in tasca. Mi sputava in faccia, mi diceva che non avevo capito un cazzo, che tanto lei sarebbe caduta, sarebbe caduta sempre più in fondo e non avrei potuto fare nulla.

Ero a Roma ma all’improvviso mi trovavo in Puglia. Mi trovavo catapultata in questi vicoli e garage che puzzavano di crack. Mi trovavo a ballare techno hardkore in casolari abbandonati nel cuore della Murgia. Mi trovavo immersa tra Marco e Stella, Alberto, Lory, Tina, il Ganzo, e tutti gli altri. La musica la sentivo nella pancia. Vedevo Stella sparire dietro un muro scalcagnato spruzzato di murales rosso rame. Vedevo Stella sparire con Marco. La seguivo con gli occhi. Andavo lì, le gridavo:

–          Scappa, Stella, scappa

Ma lei mi rispondeva alzando il medio.

Li raggiungevo e c’era Marco con le dita dendtro gli slip di Stella.

–          Farai tutto quello che voglio – le ordinava.

E lei annuiva come una stupida. E  io ero lì che sentivo tutto addosso come chiodi che ti entrano nella pelle. Ero lì e mi mettevo tra loro come un muro, a braccia aperte, cercavo di dividerli. Me la prendevo con Marco, gli dicevo che avrei impedito che facesse di lei ciò che voleva: io so chi sei, dicevo. Stella ingoiava pasticche e aveva dei lividi sulle braccia.

–          Guarda cosa le hai fatto! – dicevo a Marco.

Lui mi fissava, con quello sguardo gelido, le labbra socchiuse, quel suo modo di fare da fashion techno raver.

–          Io non le ho fatto nulla – diceva.

Stella rideva, stendeva righe di emmeddì sul muretto scalcagnavo. Marco le infilava ancora la mano nei pantaloni, glieli abbassava perché potessi vedere tutti i lividi che aveva addosso. Gli dissi che l’avrei cancellato dalla mia storia. Stella sollevò lo sguardo tirando su con il naso, dopo essersi fatta l’ultima striscia.

–          Non puoi cancellarci, – disse sfatta – non potrai mai.

Staccai le dita dal computer ed ero di nuovo a Roma, la luce era cupa, gli scaffali di legno della biblioteca, erano immersi in una penombra che non lasciava distinguere titoli di libri e film. Sollevai lo sguardo e vidi una ragazza seduta di fronte a me, aveva gli occhi scuri, degli anfibi neri poggiati sul banco, una maglietta a righe bianche e nere le lasciava scoperta la pancia. Aveva un livido sul ventre grande quanto una pallina da tennis. Anche lei mi guardò, la riconobbi. Alzò il dito  medio mentre le labbra ciancicavano qualcosa, forse una gomma, forse una pasticca. Abbassai lo sguardo e ripresi a scrivere.

I personaggi sono così: finché non li finisci ti tormentano.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: