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(foto di Luigi Annibaldi)

 

Fumare una sigaretta sul balcone, ascoltare il rombo delle auto sulla Colombo, scrivere i nomi delle persone e poi cambiarli, scrivere le storia che io immagino abbiano, vivere come se tutto dovesse distruggersi.

Scrivere è una forma di profanazione. Sono qui seduta e aspetto, a volte mi sento troppo diversa dal resto del mondo, non so se una persona così diversa potrà mai essere ascoltata se non con le cattive.

Seduta alla scrivania mentre la pioggia sporca i vestiti sullo stendi panni, la voce un po’ cupa per via delle sigarette e dell’asma, lo stomaco pieno. Sto parlando con uno spettro. Dico che scrivere è una forma di profanazione, anzi, di stupro. Lo dico perché so quello che ho fatto. Ciò che ho fatto è gravissimo, imperdonabile: ho preso dei volti e dei nomi, li ho stravolti e ne ho inventato storie. Per questo merito la forca. Ne sono consapevole. Ho rubato esistenze e le ho trasformate in altro. Sono una sadica, ma, sapete una cosa? Mi piace. È ciò di cui vorrei vivere.

Sono seduta s’una sedia in plastica e gomma gialla, il mento poggiato alla scrivania nera. Una pila di piatti mi attende nel lavabo, una massa di vestiti neri sul letto ancora disfatto, il telefono squilla imperterrito ma non mi muovo. Sto parlando con lei, e se mi sforzassi, potrei addirittura vederla, a volte mi somiglia così tanto da fare schifo, e io spero non mi costringa a vedere altro, a fare altro, perché sin’ora ho già visto fin troppo.

Mi parla attraverso le lettere, scrivo il suo nome mille volte e mille volte lo cambio. Un flashback mi riporta indietro, come una molla che si spezza e inizia a perdere pezzi, il mio corpo rimpicciolisce, poggio il gomito sul banco, la guancia sul palmo, lo sguardo sugli ulivi fuori dalla finestra mentre l’insegnante disegna numeri sulla lavagna.

Mi volto verso la mia compagna di banco e mi accorgo che ha il mio stesso volto ed è vestita come me: jeans e maglietta, ha una coda bionda e mi fissa dritto negli occhi. Profuma di talcoboro.

L’insegnante ha i capelli lunghi e lisci, le labbra larghe con un rossetto arancione: vedo le sue labbra allargarsi, il gesso stride sulla lavagna, le palpebre si abbassano sotto gli occhiali e pronuncia il mio nome.

Mi chiede se so ripeterle la tabellina dell’otto. Non mi lascia il tempo di rispondere: scendi dalle nuvole, dice. Da quel momento in poi saranno in molti a dirmelo.

L’altra bambina si alza in piedi e va alla lavagna. Fa una figuraccia: tutto ciò che scrive è un errore e tutto ciò che dice non ha senso. Alla fine è stata lei a prendere un’insufficienza al mio posto. Sono scappata, l’ho cercata ma non l’ho più vista per diverso tempo.

Poi, una notte a Sant’Andrea l’ho vista parlare con dei ragazzi, avevo dodici anni e suppongo che anche lei avesse la mia stessa età. C’era quella brezza agostina che faceva il solletico sulle braccia, il profumo del mare quando è notte. Io ero sulla scogliera con un amico, era la notte di San Lorenzo e guardavamo le stelle che sembravano lanterne appese al buio, lei era giù in spiaggia, non riuscivo a distinguere i suoi tratti ma qualcosa mi diceva che fosse lei. Era lì giù, sola, con quattro ragazzi, il rumore delle onde copriva le loro parole, desideravo scendere in spiaggia e dirle di stare in guardia, che di quei quattro non c’era da fidarsi, ma stavo con un tipo e appena misi il primo piede sulla scaletta di legno lui mi chiamò e mi disse di restare con lui a guardare le stelle cadenti. Avevo un rametto incastrato tra i piedi che arrossava lo spazio tra due dita, mi sporsi un po’ dalla scogliera per vedere di cosa si trattasse, il rametto mi fece perdere l’equilibrio e il mio amico dovette scattare come un razzo per acchiapparmi. Una volta tra le sue braccia il bacio andò da sé. Le nostre lingue danzarono a lungo nel palato come due serpenti che s’intrecciano, avevo un sapore diverso tra le labbra e una lacrima bloccata sotto gli occhi, per un attimo mi mancò il respiro. Qualcuno là sotto urlò ma non appena provai a sporgermi ancora, il tipo mi trascinò via e tornammo verso il viale alberato. Tra il mio primo bacio e il suo, immagino ci siano state delle grosse differenze.

Dopo quella volta sparì ancora per diversi anni. Poi, un giorno, sul treno vidi salire una zingara che per certi versi le somigliava, sarei fuggita da quella visione, sarei fuggita lontano perché le sue guance scavate e il manico di scopa, chiamato corpo, con cui si reggeva in piedi non erano esattamente ciò che avrei desiderato per lei. Avrei voluto donarle tutta me stessa e invece le diedi solo un biglietto per Trani. Quel giorno era Iris, era Iris più di chiunque altro al mondo, diventò un disegno e poi un avatar, poi una semplice voce senza corpo. Cominciò a sussurrarmi delle parole, la notte. Scrivevo poesie, ma non erano mie quelle parole, erano sue. Cominciò a raccontarmi storie, pregandomi solo di riportarle fedelmente su carta. Pregandomi solo di questo.

La incontrai nella metropolitana di Parigi, a quattro fermate dalla mia e tutto si fermò. Non andartene, la pregai, senza di te, io non sono niente, le dissi. C’incontreremo ancora, mi disse, c’incontreremo per l’eternità, ma ricorda, tutto ciò che immagini, io l’ho fatto, tutto ciò che penserai, io lo subirò, tutti coloro che ti tradiranno, io li massacrerò. Prima di andar via mi disse un’ultima cosa: ti diverti? La osservai con gli occhi a punto interrogativo. Sorrise. Schiacciò il tasto per aprire le portelle della metro. Divertiti, disse. La vita è fottutamente magnifica. Anch’io amo distruggermi, ma per lo meno mi diverto nel farlo. Detto questo mi abbandonò. La vidi sparire dietro i tabelloni pubblicitari della fermata Cluny.

Cominciai a scrivere un romanzo, lei parlava nelle mie orecchie anche se non potevo vederla. Adesso mi chiamo Stella, diceva, e ti racconterò la mia storia. Fatti male scrivendola, io me ne sono fatta nel viverla.

 

 

 

© Ilaria Palomba

One Comment

  1. Very interesting points you have noted, thanks for putting up.


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