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Credo che curriculum e biografie siano quanto di più futile esista al mondo: siamo davvero la somma dei nostri successi? Io potrei essere anche solo una frase, un punto messo in un modo piuttosto che in un altro, un ricordo, qualcosa che deve essere superato. Potrei essere oggi ciò che domani non comprenderò, potrei essere stata già vecchia, una volta, e potrei diventare bambina, un giorno, con un certo impegno.
Un blog significa darsi al flusso del mondo con la velocità di cui è propria la rete. Un blog significa che oggi sono esattamente ciò che ho postato, sia esso uno stralcio di film, un aforisma, una canzone. Oggi potrei essere musica techno ossessiva, domani
L’inverno delle Quattro Stagioni di Vivaldi, domani ancora, il silenzio.


Adesso mi sento una bambina che abita in Via Alghero a Canosa di Puglia, sono le 15:42, il sole batte a picco sugli albicocchi, un gatto tigrato tra le mani, accovacciata in un giardino pieno di margherite. Fuori, per strada, dei ragazzi parlano in dialetto pugliese e si nascondono tra i cespugli mentre fumano. Dalla finestra che dà sull’ingresso di casa si sente
La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè ma io sono troppo concentrata sul mio gatto tigrato, e sul suo pelo soffice, per accorgermene. Gli accarezzo il capo e lui si stende sui miei piedi scalzi e li fa vibrare tutti. Lo invidio, mentre lo accarezzo: lui non ha bisogno di altri per sopravvivere, oggi è tra le mie braccia e domani chissà dove, a cercare prede, a cercare posti che non conosce. Lui ha sette vite, io forse solo questa. Domani mi sveglierò, sarà il mio primo giorno di scuola, il mio gatto non ci sarà più.


Un giorno mi sveglierò nel giardino della Tour Eiffel con cinque amici che come me dopo la maturità hanno deciso di fare un viaggio all’avventura senza un soldo in tasca. Dopo sei anni mi sveglierò un’altra volta a Parigi, vicino al Pantheon, percorrerò Rue Vallette, con il centro copie e il ragazzo che ogni mese deve stamparmi un biglietto per l’Italia, il bar Zig Zag con tutti quei tavolini all’aperto anche d’inverno, pieno di studenti che leggono o lavorano al computer, ignoro che sia proprio lì che andrò a studiare i pomeriggi. Percorrerò la strada di fretta per raggiungere l’università e ci sarà l’arabo che sforna baguette ripiene e mi saluterà ogni volta sperando che ne compri una. Guarderò di sfuggita la libreria Pier Brunette di cui non avrò mai il piacere di conoscere il proprietario, Place Maubert, con il mercato, tutti quegli odori di pane caldo e formaggio e vestiti usati. Arriverò su Boulevard St Germain scavalcherò un clochard e andrò dritta fino all’ingresso della Sorbonne.


Una di quelle notti parigine la trascorrerò al fresco e non per aver infranto la legge, almeno non questa volta. Mi sdraierò s’un materasso grigio e lercio, sopra una panca di cemento, mentre nell’altra stanza stanno picchiando una tossica perché si è spogliata nuda e si è accesa una sigaretta. Stramaledirò Parigi e la mia solitudine, l’aver preferito il carcere a una casa piena d’insetti.


Un altro giorno ancora mi sveglierò a Roma e rimpiangerò i miei diciotto anni, i viaggi in autostop, le notti all’addiaccio con amici mezzi punkabbestia, e le nottate in spiaggia a ballare per ore che sembrano eternità e innamorarsi di chiunque ma solo per gioco. Un giorno rimpiangerò la solitudine parigina e stramaledirò gli anni e i ruoli sociali e avrò qualche difficoltà ad accollarmene uno.


Un giorno vedrò il mio primo romanzo: Fatti male, sugli scaffali delle Feltrinelli e benedirò tutte quelle notti tra sigarette e crisi di panico a scrivere, a cercare seguiti, a parlare con persone o personaggi immaginari, a ricordare vissuti e inventarne di nuovi, e non sapere mai dove sia la linea che separa il mio mondo dalla realtà, o saperlo benissimo che è l’immaginazione a creare la realtà.


Ma ora io tutto questo non posso saperlo, perché ora io sono quella bambina che gioca con il gatto tigrato e non vuole che lui fugga, e non vuole andare a scuola il giorno seguente. Ora non lo so ma un giorno forse mi sveglierò e sarò quel gatto, potrò andarmene a zonzo senza pensare a nulla se non ai miei istinti, avrò sette vite e guarderò negli occhi una bambina, mi godrò le sue carezze sul pelo che si farà sempre più liscio. Il giorno dopo me ne andrò dal giardino di margherite in via Alghero. Me ne andrò lontano. Senza zaini, senza ruoli, cercherò un po’ di latte, magari un pesce e una gatta tigrata. Cercherò e sarò fuori da una Feltrinelli, vedrò un paio di gambe umane camminare, alzerò lo sguardo e vedrò un libro con la scritta Fatti male, tra le loro braccia, naturalmente la scritta non la leggerò ma in quel momento sentirò un brivido sulla nuca. E poi ricomincerò a vagare.

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